Martedì 18 Dicembre 2018 | 13:51

 

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Intervista

Pietro Maiellaro

Maiellaro ostriche e pallone

Oggi studia da ristoratore a Lucera: «Se fossi rimasto a Bari mi avrebbero dato le chiavi della città»

Ostriche reali e linguine all’astice, l’immancabile riso, patate e cozze. Rombo all’acqua pazza e sporcamuss. Un pranzo da n’derre a la lanze al centro di Lucera, e non per caso. È qui, a due passi da piazza del Duomo, che Pietro Gerardo Maiellaro studia da ristoratore, scendendo a patti con le sue tentazioni da calciatore. A 54 anni compiuti a settembre, il fisico è lo stesso di quando ondeggiava fra i difensori avversari, fra Della Vittoria e San Nicola. Non servono foto sulle pareti a ricordarlo. Basta quel menù che sembra una lettera d’amore: «C’è di tutto, ma soprattutto pesce e cucina barese – precisa – Ho affiancato un amico che lavorava nel settore. È stato quasi naturale, dopo una carriera in giro per alberghi e ristoranti».

E del pallone, che cosa è rimasto?

«Le partite dal vivo e le ospitate in tv. La panchina? Ormai non ci penso più».

Che cosa le è mancato per sfondare come allenatore?

«La fortuna di guidare la prima squadra, dopo le giovanili. Non parlo di bravura, quella si vede dopo. Ma all’inizio serve una possibilità. Quella che hanno avuto Montella e Stramaccioni. E che non ho avuto io».

Pensa a quando allenava la Primavera del Bari?

«Poteva essere la mia grande occasione. Due anni da professionista per mettermi alla prova».

Sono passati trent’anni da quando faceva sognare i tifosi con la maglia del Bari addosso.

«Eppure i primi due mesi son stati tristi, avrei voluto scappare. Dai baresi devi farti voler bene, ci mettono un po’ ad accettarti. Ed io ero burbero ed introverso. Ma poi è stato bellissimo. Gente e ambiente fantastici che porterò per sempre dentro di me».

Per i tifosi era un’icona.

«Una volta mi portano a Palese, per un pranzo in famiglia. Aprono la porta, un ragazzo mi guarda ed esclama: “Non è possibile!”. E mi sviene davanti».

La Nazionale?

«Doveva chiamarmi Vicini. Saltai la partita con la Samp e il ct disse che non avrebbe potuto convocarmi. Tutte storie. Forse si ricordarono di qualche marachella ai tempi della nazionale militare. Ritardi, roba così».

E con Sacchi?

«C’era un precedente. Fine anni Settanta, provino a Cesena: lui era al settore giovanile. Stava su una montagnola e mi gridava di correre. Due giorni per giocare solo sette-otto minuti. Facciamo gol e gli dico: “Vado via, voglio il rimborso per il viaggio”. Tornai a passaggio, almeno fino a Vasto».

Rimpianti?

«Non avrei mai dovuto lasciare Bari e la famiglia Matarrese. Il presidente Vincenzo ha fatto di tutto per acquistarmi: benedico il giorno in cui l’ho incontrato. Se fossi rimasto, mi avrebbero dato le chiavi della città».

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