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Parla Di Gennaro

CHE EMOZIONE LA FASCIA AL BRACCIO

Antonio Di Gennaro con la maglia del Bari

Che emozione la fascia al braccio

L'ultimo capitano biancorosso al Della Vittoria e il primo al San Nicola

Capitani si nasce, a volte si diventa. Antonio Di Gennaro appartiene alla prima categoria, gente che nasce con la fascia al braccio e con quella si accompagna per il resto della carriera. Qui, a Bari, dove ha scelto di vivere una volta terminato di giocare al calcio, per tutti è «Dige il capitano», pronunciato tutto d’un fiato. In biancorosso dal 1988 al 1991, ha rifinito la sua vita calcistica conquistando una promozione in serie A, una Mitropa Cup (resta l’unico trofeo internazionale del Bari), due salvezze nella massima serie, prima di chiudere definitivamente con il pallone giocato a Barletta, in serie C1.

Oggi è una delle voci televisive più competenti in circolazione.

«Confesso subito una cosa: aver indossato la fascia da capitano del Bari, mi ha trasmesso sensazioni che altrove non ho mai conosciuto. E non lo dico per arruffianarmi nessuno. Anche a Verona, nel dopo Tricella, ebbi questa responsabilità. Ma è stata tutta un’altra storia. Vi garantisco che “fare” il capitano a Bari, è una cosa seria. Soprattutto il vecchio glorioso stadio Della Vittoria mi ha regalato emozioni incredibili. Quando, da avversario, scesi in Puglia con il Verona per giocare la semifinale di Coppa Italia, capii immediatamente cosa fosse quello stadio. Ne ebbi conferma poi giocando la stagione della promozione dalla A alla B».

Tre le altre cose, vanta un piccolo primato, destinato a rimanere scolpito nella storia del calcio barese: è stato l’ultimo capitano biancorosso al Della Vittoria ed il primo al San Nicola: «Ricordo ancora la prima volta con la fascia al braccio nel nuovo stadio. Bari-Torino, vincemmo 2-1 in rimonta. In linea generale, il capitano del Bari “sente” di più degli altri la responsabilità, è una specie di punto di contatto con una delle tifoserie top d’Italia. Quando arrivai, Vincenzo Matarrese e Gaetano Salvemini mi chiesero di fare un po’ da guida, vista la mia esperienza. Qui c’erano giocatori del calibro di Giorgio De Trizio e Giovanni Loseto, con i quali sono rimasto in contatto. In campo non c’era storia per nessuno. Ho ancora un cruccio, quello di non aver conquistato l’Europa in quegli anni, avremmo potuto farcela, non fummo fortunati. Un inciso: mi piacerebbe che il vecchio stadio fosse rimesso a nuovo, visto che rappresenta anche la storia calcistica di questa città».

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