Politica

A Meloni l’Olimpiade dei voti di fiducia: e il Parlamento langue

pino pisicchio

Di fatto siamo di fronte ad un sostanziale mutamento della postura governativa rispetto alla Costituzione, con nette tendenze presidenzialistiche che uno strappo oggi, uno strappo domani, stanno sottraendo spazi vitali al Legislativo

Se portiamo bene il conto ad aprile 2026 il governo Meloni si è guadagnato la medaglia d’oro all’Olimpiade dei voti di fiducia: 109, con ottime possibilità di miglioramento, stracciando il record che nella scorsa legislatura si raggiungeva, però, solo sommando i risultati di ben tre governi. Conte I, Conte II e Draghi. Infatti, tra Covid e Pnrr s’inchiodavano a quota 107, due incollature dietro Meloni I, ma a legislatura finita. Il ricorso al voto di fiducia in questi casi giunge largamente fuori dal canone tipico per cui è previsto, cioè dare o togliere l’appoggio parlamentare al Governo e non approvare leggi e decreti dello stesso strozzando il dibattito nelle aule legislative. Più volte i capi dello Stato hanno bacchettato i capi di Governo per questo malvezzo. Ma si tratta ormai di uno strappo antico, ormai talmente frequentato dai governi di ogni colore da rappresentare una consuetudine traversa. Ma andiamo avanti.

Ciò che segue lo dedichiamo ai romantici del Montesquieu, che continuano a immaginare la democrazia dei moderni tripartita tra Legislativo, Esecutivo, Giudiziario. In un tempo consacrato alla fluidità di Bauman, anche queste divisioni sono divenute incerte, mentre molto concreto è diventato il potere del Governo. Qualche numero: all’altezza di marzo 2026, le leggi d’iniziativa parlamentare approvate alla Camera erano solo il 28,2% del totale, a fronte del 71,15% d’iniziativa governativa, mettendoci dentro la conversione di decreti e i disegni di legge governativi. Insomma stiamo dicendo che il grosso del potere legislativo è ormai fuori dal Legislativo ma vive nella casa del Governo. Trascuriamo, ovviamente, di mettere a confronto questi dati con quelli della Prima Repubblica, quando le leggi di origine parlamentare sopravanzavano quelle governative (tra gli anni ’80 e ’90, il rapporto era di 60 % a 40% a favore dell’iniziativa parlamentare). Quelli degli anni più vicini a noi, pur con esuberanze governative un tantino più contenute rispetto ad oggi, segnano l’ineluttabile decalage che illustra il cedimento di sovranità del Parlamento in favore del governo. Il perché questo avvenga imporrebbe un saggio intero con dentro anche un po’di diritto comparato. Ci fermeremo solo a dire che la fine della forma-partito e l’abbandono della scelta dal basso per eleggere la rappresentanza hanno prodotto l’onnipotenza dei leader di partito e l’indocilimento delle assemblee parlamentari: «se non esegui la comanda del capo che compila le liste, non sarai più cooptato in parlamento».

Di fatto siamo di fronte ad un sostanziale mutamento della postura governativa rispetto alla Costituzione, con nette tendenze presidenzialistiche che uno strappo oggi, uno strappo domani, stanno sottraendo spazi vitali al Legislativo, senza, però, cedergli in cambio quei poteri di controllo che pure nel presidenzialismo molcito da buon senso (dunque non più nella prassi attuale degli USA) è previsto. Un interessante indice del cambiamento lo offre la contabilità di alcuni atti d’indirizzo politico che pure hanno sempre rappresentato un intervento nobile nella vita parlamentare, trattandosi di impegni che si chiedono al governo e su cui il governo può consentire. Sono, in genere, sostitutivi di un emendamento non accolto. In passato si trattava di pochi impegni su cui la condiscendenza del governo significava un effettivo intervento. Oggi parliamo di 8822 ordini del giorno in 3 anni e 4 mesi di Governo, praticamente 220 al mese: un esercizio di stile che impegna l’attività parlamentare per giornate intere (5618 sono stati effettivamente votati) senza che il Governo avverta la necessità di darne esito. In quell’ordalia di parole che però non prevedono sanzioni nel caso di mancato adempimento, chi vuoi che se ne accorga?

Bisogna dare atto al Parlamento di aver fatto la parte sua per tentare qualcosa: è fresca una riforma del Regolamento della Camera, la terza per ampiezza delle materie trattate dopo quella del 1971 e quella del 1997. È una riforma che cerca di dare un senso all’equilibrio nuovo del parlamento rimpicciolito, cercando di rafforzare alcune procedure di controllo sull’attività legislativa del governo e questo è un bene, perché segnala la volontà di dare peso al ruolo di indirizzo e di controllo del Governo. Tuttavia senza una legge elettorale che restituisca al cittadino il diritto di scegliersi la rappresentanza apparirà dura la rivendicazione di autonomia del parlamentare sancita dall’art. 67 della Costituzione che fa libero ogni rappresentante dal mandato imperativo. La camicia comincia a intravedersi, ma il collo, quello è ancora dentro il giogo del compilatore delle liste.

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