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Dai «fantasmi» del Kippur all’illusione di Trump, la guerra che non finisce mai
La speranza è che almeno per una volta il presidente americano abbia detto la verità. Ha annunciato Urbi et Orbi, alla maniera dei Papi, che la guerra in Iran stia per finire
La speranza è che almeno per una volta il presidente americano abbia detto la verità. Ha annunciato Urbi et Orbi, alla maniera dei Papi, che la guerra in Iran stia per finire. Ma, intanto, missili e bombe continuano a squarciare palazzi e a uccidere persone, a Teheran come a Gerusalemme. E’ l’effetto di tutte le guerre. Sembrerebbe che adesso il tycoon abbia davvero intenzione di chiuderla lì, non tanto perché ampiamente soddisfatto dei risultati raggiunti, quanto per gli alti costi (un miliardo di dollari al giorno) di un conflitto che serve più a Israele per liberarsi dalla morsa iraniana che da sempre aspira a cancellare l’esistenza stessa dello Stato ebraico.
Certo, non aiutano a stare bene quelle immagini che ci entrano in casa accompagnate dal frastuono delle bombe, lo stesso che ho sentito per una quindicina di giorni nell’ottobre del 1973 in Israele durante la guerra del Kippur, scatenata da una coalizione di eserciti arabi, con in testa l’Egitto e la Siria. Scene terribili, anche se meno feroci di quelle messe in atto dai miliziani di Hamas nell’attacco del 7 ottobre in territorio israeliano.
Quell'anno, nel 1973, la festività ebraica di “Yom Kippur“, ovvero il “giorno dell'Espiazione“, considerato il giorno più santo e solenne del calendario ebraico, coincise col mese di digiuno e di pace musulmano del "Ramadan". Nessuno - lo credevo allora e lo penso ancora oggi - avrebbe mai immaginato che potesse capitare ciò che accadde, specie in Israele, dove i servizi segreti erano in contatto con tutte le altre intelligence del mondo. Fu una guerra tremenda e improvvisa in cui l'Egitto, alleato della Siria e dell'Iraq, attaccò Israele nel tentativo di ribaltare le sorti della guerra di sei anni prima, quella del 1967, che in soli sei giorni si era risolta in una spaventosa disfatta delle forze arabe (io, per la cronaca, in quella occasione venni raggiunto da un proiettile “freddo“, come lo definiscono gli esperti) allo stinco della gamba destra, procurandomi soltanto una ferita superficiale.
Israele non se l'aspettava. Nessuno al mondo se lo aspettava. Fu un grande colpo dell'intelligence sovietica perché la guerra di “Yom Kippur” fu una guerra sovietica in cui specialmente l'Egitto ricevette dall'Urss le armi più moderne. Man mano che l'attacco raggiungeva le case, tutti i cittadini, maschi e femmine, vecchi e giovani, si ritrovarono all'istante soldati, rispondendo alle chiamate già prestabilite nei punti convenuti. Ma l'effetto sorpresa fu devastante. La notizia arrivò in Occidente e in Oriente come un colpo di fulmine, e in breve tutti coloro che odiavano gli ebrei esultarono di gioia, proprio com'è accaduto in molte città occidentali dopo il criminale attacco di Hamas.
Ricordo che un collega mio amico, Guido Gerosa, era partito dall'Italia con simpatie filo-arabe, ma se ne tornò affascinato dai risultati del generale Sharon, che Gerosa descrisse in un libro come il dominatore: “È il dio di questo esercito. Gli uomini lo guardano con muta adorazione e sembrano pronti a seguirlo anche all’inferno”. Tutto aveva cominciato a guastarsi con le frequenti incursioni dei fedayn palestinesi, che erano stati cacciati dal regno di Giordania con qualche seria ragione. Tramavano per cacciare dal trono di Amman re Hussein per insediarvi appunto uno Stato palestinese. Con il loro capo Arafat erano stati accolti a Beirut con simpatia e solidarietà, tanto che gli era stato consentito di utilizzare il territorio a sud del Paese, da dove, poi, organizzare la guerriglia contro Israele.
E’ da lì che si iniziò ad appiccare il fuoco per un nuovo incendio in territorio ebraico, con gli israeliani che si trovarono in grande difficoltà, temendo soprattutto un crollo nel Golan. Invece, nella seconda parte della guerra, le unità corazzate con la stella di Davide riuscirono a passare alla controffensiva, respingendo i siriani e penetrando in Egitto, riattraversando a sorpresa il canale e intrappolando la 3ª Armata egiziana nel deserto del Sinai. Io guardavo le pattuglie che scivolavano fra i palmizi, giovani dal piglio marziale, col fucile mitragliatore imbracciato, e con quell’aria di sicurezza che rasentava l’arroganza.
Solo l'intervento delle due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, riuscì a evitare un'escalation del conflitto e, dopo alcune fasi drammatiche che fecero temere una guerra globale, si impose un cessate il fuoco alle parti in lotta. Così, le ostilità cessarono senza esiti risolutivi dal punto di vista militare, ma nello Stato ebraico l'andamento della guerra e soprattutto la sorpresa iniziale innescarono forti polemiche politiche, che culminarono con le dimissioni del primo ministro Golda Meir, del ministro della difesa Moshe Dayan e del capo di stato maggiore David Elazar.
Ora, si ha l’impressione che la storia debba ripetersi. Trump ha frenato sull’ipotesi di inviare truppe di terra in Iran e ha fatto sapere che “la guerra è praticamente conclusa“. Anche se Netanyahu insiste ad andare avanti per rendere più certa una sollevazione popolare e liberarsi definitivamente da un regime sanguinario che spasima di cancellare Israele dalla carta geografica. In realtà, sono molti gli osservatori occidentali che si aspettano la cosa più semplice del mondo: la piazza. Ma tutto tace, per il momento. Forse per prudenza, sapendo che la battaglia decisiva sarà quella per costruire qualcosa che possa vivere dopo.
Mentre vedo in televisione i giovani colleghi inviati nelle zone di guerra, mi viene da pensare che per un giornalista il dramma della guerra diventa vita, e la guerra diventa la storia della sua anima. In qualche modo, diventa l'ultima sua stagione in paradiso e all'inferno.