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Come sarà il domani dell'Iran? Scenari e incognite di un futuro

NICOLA APOLLONIO

Alla fine, la teocrazia di Teheran ne uscirà sconfitta? Questa è la domanda che si sta ponendo il mondo

Anche Trump e Netanyahu, proprio come ha fatto Vladimir Putin con l’aggressione all’Ucraina, l’hanno chiamata «operazione militare». Ma così non è. Ciò che sta succedendo in Medio Oriente va chiamato col suo vero nome, anche se fa paura soltanto a pronunciarlo: l’attacco all’Iran è una guerra a tutti gli effetti ed è stata scatenata nel giro di poche ore, in pieno giorno, coinvolgendo da subito altri Paesi come il Kuwait, l’Arabia Saudita, il Qatar, la Giordania, gli Emirati Arabi e l’Iraq, che ora reclamano il diritto di rispondere al fuoco ricevuto dal Paese degli Ayatollah. E, dunque, il Golfo Persico s’infiamma più del previsto, l’incendio si allarga mettendo a repentaglio il destino di Paesi che nulla avevano a che fare col braccio di ferro instaurato tra la Repubblica Islamica, Israele e gli Stati Uniti.

Lanci di missili da una parte e dall’altra: Tel Aviv continua a bombardare pesantemente Teheran, l’Iran ribatte andando a colpire le città israeliane, divenute oggetto anche di altri attacchi che provengono dalla Libia e dagli Hezbollah, a loro volta sotto attacco con bombardamenti e decine di morti a Beirut. E questo mentre il suo capo del Consiglio supremo di sicurezza iraniano, Ali Larijani, non perde tempo a far sapere che non tratterà mai con il presidente statunitense. Quindi, si può immaginare che la durata della guerra rischia di assumere connotati di media o, forse, di lunga durata.

Di certo, possiamo dire quest’attacco era nell’aria, e gli iraniani lo annusavano. Forse non così repentino, magari più in là, invece americani e israeliani hanno colto tutti di sorpresa, hanno agito d’anticipo, all’insaputa di tutti, se è vero com’è vero che nessuno dei premier europei è stato preventivamente informato. Cosa, per la verità, che è andata di traverso a più d’uno, tipo Macron, Starmer e Merz, Francia, Inghilterra e Germania. Tant’è vero che i tre si sono precipitati a far sapere al mondo di essere già bell’e pronti a scendere in campo per dare una mano a Washington e Tel Aviv, per spazzare via un regime che da 1979 terrorizza e massacra donne, studenti e dissidenti, privati di ogni libertà che non sia quella di sostenere e rispettare esclusivamente il dettato delle leggi islamiche.

Al momento si ha un caleidoscopio di pensieri e di parole che volano ovattati dal fragore dei bombardamenti. S’incrociano davanti a quello che fino all’altro ieri è sempre stato il palazzo dell’eterno custode della Rivoluzione, la Guida suprema di un Paese costretto con la forza al rispetto delle dure leggi sancite da una religione che toglie finanche il respiro.

L’Iran contro tutti. Non c’è nient’altro al di fuori dell’Islam, predicava il vecchio Khamenei. Morte agli ebrei e agli americani. Morte ai miscredenti e ai cristiani. Allah Akbar!

È andata diversamente. Il primo ad andarsene è stato proprio lui, seppellito dalle macerie del suo palazzo distrutto sotto il peso di 30 bombe lanciate dai caccia con la Stella di David. Si spara e si muore. Chi può fugge nel deserto. Madri che piangono i loro figli. Il cordoglio dei Pasdaran, detti «guardiani della Rivoluzione». E grandi folle nelle piazze e nelle strade di Teheran e di altre città del Paese e anche nelle occidentali d’Europa e d’America per celebrare l’eliminazione della Guida Suprema.

E ora? La prima cosa da fare è cercare di capire chi, nell’assemblea degli 88 Esperti, potrà riscuotere il maggiore credito e divenire il successore di Khamenei, la Guida Suprema di un Paese spaccato letteralmente in due: da una parte ci sono i fedelissimi del regime più sanguinario della storia dei nostri tempi, dall’altra c’è til mondo degli iraniani che agognano la nascita di una democrazia. La stessa gente che all’annuncio della morte di Khamenei è scesa in piazza per festeggiare suonando i clacson, mentre i fuochi d’artificio dei missili illuminavano il cielo e molti si affacciavano alle finestre e ai balconi intonando in coro «Libertà, libertà».

Intanto, i tempi della durata del conflitto si sono già dilatati: il primo annuncio di Trump era stato di sette/otto giorni, adesso è bastata una sola notte per farli diventare di 4/5 settimane. Il che vorrà dire che i missili e i cannoni continueranno a fare danni, che case e palazzi continueranno a essere sbriciolati dai bombardamenti e che tanta povera gente innocente finirà per andarsene all’altro mondo. Uomini e donne. Vecchi e bambini. Per la follia di un regime fra i più crudeli che ha fatto del terrorismo di Hamas e degli Hezbollah la sua unica arma di difesa.

Alla fine, la teocrazia di Teheran ne uscirà sconfitta? Questa è la domanda che si sta ponendo il mondo. «Hanno ucciso l’Uomo Ragno» cantavano negli anni Novanta gli «883». Siamo sicuri che sia stato sufficiente per pensare che sia stata sconfitta definitivamente anche la teocrazia della Repubblica Islamica? Forse, bisognerà pensare che un regime che spara sulla folla che reclama libertà non si abbatte solo con le bombe, è necessaria anche una grande sollevazione popolare. Ricordandosi che il popolo va aiutato dall’esterno, ora che c’è già il «la» per un cambio di sistema lanciato dall’onda verde delle donne. Ancora meglio se ci fosse pure una quinta colonna che opera dietro le quinte.

Staremo a vedere.

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