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Il pesce con le «lamette» della Liberia arriva nel mare Adriatico: può causare ferite profonde agli umani

Marisa Ingrosso

Il prof. Pierri (Uniba): «Avvistato per la prima volta in Croazia l’Acanthurus monroviae, specie tropicale tipica dell’Atlantico». Gli esperti parlano di possibile “meridionalizzazione” del Mar Adriatico e invitano alla prudenza per le sue spine caudali affilate

Il Mare Adriatico ha un nuovo inquilino, è il Pesce chirurgo di Monrovia (Acanthurus monroviae). Come suggerisce il nome, che richiama la capitale della Liberia, è tipico dell’Oceano Atlantico e deve essere maneggiato con molta, molta, cura perché ha due «bisturi» affilati vicino alla coda e possono causare ferite profonde e facilmente esposte ad infezione.

La presenza dell’animale è stata registrata per la prima volta dagli studiosi croati Jakov Dulčić, Pero Ugarković, Jure Miočić-Stošić e Pero Tutman che l’hanno segnalata su Invasivesnet e su Reabic, piattaforme internazionali cui fanno capo i ricercatori di cinque continenti per scambiarsi informazioni sulle invasioni biologiche. Proprio su Reabic è stato pubblicato il loro studio intitolato «Prima segnalazione del Pesce chirurgo di Monrovia nel Mar Adriatico». Vi si legge che degli Acanturidi fanno parte 84 specie ma, ad oggi, soltanto sette di esse sono state segnalate nel Mar Mediterraneo.

Il nuovo arrivato armato di lame è stato avvistato per la prima volta tra giugno e agosto 2024 in località vicine a Kostrena in Croazia. Il primo esemplare è stato visto il 2 giugno da Jure Miočić-Stošić (cui si devono le foto qui pubblicate e riprese da Reabic.net) mentre beccava le alghe sul fondale roccioso a una profondità di circa 3-5 metri. Il Pesce chirurgo di Monrovia «girava in tondo in un’area di circa 100 metri quadrati e, occasionalmente, interagiva con altri pesci più piccoli, mostrando un comportamento territoriale». Poi ci sono stati altri avvistamenti e altri ancora, fino al punto da diventare oggetto di un reportage della Tv pubblica croata.

Secondo gli studiosi non si tratta più di una presenza occasionale, il «chirurgo tropicale» ha proprio deciso di abitare l’Alto Adriatico. Non si tratterebbe di una colonia nata da esemplari liberati dagli acquari, bensì di specie che hanno risalito il Mediterraneo e attraversato il Canale d’Otranto.

È noto che questi pesci possono raggiungere i 48 centimetri di lunghezza e fino a mezzo chilo di peso, ma pare che quelli avvistati siano in tutto simili a quelli rilevati sulle coste israeliane sin dal 1996. L’identikit è il seguente: corpo ellittico e schiacciato, interamente ricoperto da piccole scaglie, il profilo del muso è convesso, la bocca è piccola con labbra spesse, occhietti arrotondati, pinna della coda a forma di falce di luna e dotata di una singola spina erettile, il colore è un indefinito brunastro (la testa è marrone scuro) ed è solcato da 20 linee longitudinali alternate gialle e blu-violette, sui fianchi due grosse macchie gialle ovali circondano i due «bisturi». Proprio per la presenza di queste lame, il prof. Cataldo Pierri, che insegna Zoologia marina all’Università di Bari, invita alla prudenza. «Se lo si vede in acqua non bisogna cercare di accarezzarlo perché può causare ferite profonde. Bisogna stare attenti a non afferrarlo. È, però, questa una precauzione che dovrebbe valere sempre, non bisogna mai disturbare le specie selvatiche. Questi, poi, che appartengono alla famiglia dei Pesci chirurgo, usano le due lamine poste ai due lati del corpo per difesa: con uno scatto repentino, danno un colpo di frusta e possono fare tagli anche abbastanza profondi». «È vero che vive in banchi - continua - ma non è particolarmente aggressivo, è il meno territoriale dei Pesci chirurgo, è il meno confidente, mentre ce ne sono alcuni che attaccano. Però è bene non dare mai troppa confidenza agli animali selvatici».

Per il prof. Pierri, il fatto che si sia adattato a vivere in questa parte di mondo «è una testimonianza di meridionalizzazione dell’Alto Adriatico». Quanto agli equilibri naturali, «non dovrebbe entrare in competizione diretta con altre specie autoctone per il cibo, se non con la Sarpa salpa».

Infine, siccome il Pesce chirurgo di Monrovia è commestibile, si invita alla cautela anche nel maneggiarlo da morto perché i due “bisturi” non smettono di essere taglienti.

ingrosso@gazzettamezzogiorno.it

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