La storia

Dai trapianti alla nazionale di tennis, ecco la rinascita del materano Francesco Fiore

Tre organi donati, il Cammino di Santiago e lo sport per sensibilizzare sull'importanza della donazione

Tre organi donati, due trapianti e una vita ricostruita passo dopo passo. La storia di Francesco Fiore, 39 anni, materano, è quella di una rinascita che oggi passa dallo sport, dallo studio e da un messaggio preciso: la donazione degli organi può davvero cambiare il destino di una persona.

Il primo trapianto di cuore lo affronta quando ha appena dieci anni. A 29 arriva, invece, il secondo combinato di cuore e rene provenienti dallo stesso donatore. Oggi Francesco vive e lavora nella città dei Sassi, è uno degli atleti della nazionale italiana di tennis per trapiantati - con due medaglie di bronzo conquistate ai Mondiali del 2023 -, è fidanzato e a maggio raggiungerà un altro traguardo importante: la laurea in Scienze motorie.

«Vivere oggi con tre organi donati - dice all’ANSA Fiore - è qualcosa di particolare dal punto di vista medico. Significa seguire una terapia quotidiana e sottoporsi a controlli costanti. Ma fa parte del gioco: è il prezzo da pagare per continuare a vivere con serenità».

La sua storia con la malattia comincia molto presto. A cinque anni, dopo una polmonite, iniziano i primi problemi di salute: gli viene diagnosticata una miocardiopatia dilatativa e prospettata la possibilità di un trapianto di cuore. L'intervento arriva dopo altri cinque anni. Successivamente la situazione si complica e a vent'anni deve iniziare la dialisi, che lo accompagna per quasi un decennio fino al secondo trapianto combinato di cuore e rene. Ma l’aspetto più profondo è umano. «È una situazione che ti rende molto più consapevole - aggiunge - e ti fa dare valore al tempo, alle relazioni, ai progetti. Cerco di vivere con gratitudine, provando a dare valore alle cose semplici di ogni giorno».

La consapevolezza di essere tornato davvero a vivere arriva dopo una sfida che fino a poco prima sembrava impossibile. Dopo il secondo trapianto e anni di dialisi alle spalle ricomincia lentamente a camminare, fino a decidere di affrontare il Cammino di Santiago. «Sono stato quindici giorni tra le colline della Spagna - prosegue -, camminando da solo venti o trenta chilometri al giorno. Quando sono arrivato a Finisterre e mi sono trovato davanti all’oceano ho capito davvero quello che avevo fatto. Fino a due anni prima non riuscivo nemmeno a fare una rampa di scale».

In un percorso così lungo un ruolo fondamentale lo ha avuto la famiglia. «I miei genitori e i miei fratelli - specifica - sono stati sempre accanto a me. Quando mi è stata diagnosticata la malattia avevo cinque anni: per loro è stato un trauma enorme, ma sono stati bravissimi a non trasmettermi mai la loro paura. Mia madre mi ripeteva sempre che i problemi li hanno tutti e che ognuno combatte la propria battaglia. Questo è diventato un pò il mood della mia vita».

La sua è una storia di rinascita pura. A maggio si laureerà in Scienze motorie, un traguardo che per anni sembrava irraggiungibile. «Quando avrei dovuto iniziare l’università, a 19 anni, ho iniziato la dialisi e non ho potuto studiare. Riuscire a laurearmi a 39 anni è una grandissima soddisfazione». Oggi lo sport è centrale nel suo percorso. L’obiettivo è lavorare con i più giovani, nelle scuole e sui campi da tennis. "Vorrei trasmettere ai ragazzi - dice - quello che ho imparato io: lo sport non è solo performance o risultato, ma una possibilità di crescita. Anche un corpo fragile può avere una capacità incredibile di adattarsi e di rinascere». Per questo Francesco parla spesso con chi sta aspettando un trapianto. "L'attesa è un tempo sospeso, fatto di paura e di stanchezza. Però posso testimoniare che dall’altra parte esiste davvero la possibilità di ricominciare. Resistete, un giorno alla volta. Perché il giorno del trapianto arriva e ti cambia la vita».

E proprio sul tema della donazione degli organi sente il bisogno di rivolgersi anche alla sua terra. «Purtroppo in Basilicata non c'è ancora molta consapevolezza - conclude -. Molti 'no' arrivano proprio da persone della mia generazione. Eppure la donazione non è un tema astratto: per qualcuno, come è stato per me, può significare non solo sopravvivere, ma tornare davvero a vivere».

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