La storia

Dal tabacchi al palco: la materana Patrizia Colucci e la scommessa della stand up

La comica lucana tra gavetta, comicità senza filtri e radici lucane

C'è chi indossa la toga e chi sale su un palco con un microfono, spesso per aprire gli spettacoli di comici già affermati della scena nazionale. Se Imma Tataranni, incorruttibile pm della fiction Rai, ha imparato a stare al mondo a colpi di diritto e ostinazione, Patrizia Colucci, materana, lo fa con la stand up comedy: diretta, senza filtri, e con una tensione che la accompagna da sempre, visto che, come racconta, le ripetono da quando è nata di «stare tranquilla», senza successo.

Classe 1988, Colucci si definisce una sorta di «antagonista del personaggio lucano": stesso carattere inquieto, stessa appartenenza al territorio, ma un altro strumento per raccontarsi. Uno strumento arrivato ufficialmente solo negli ultimi anni, ma maturato nel tempo. «Mi sono avvicinata alla stand up comedy circa tre anni fa - dice all’ANSA - ma in realtà bussava da molto prima. Ho sempre avuto un’indole giocherellona, mi è sempre piaciuto raccontare storie e far ridere le persone. È sempre stato un motore di vita per me».

Alle radici di quella spinta c'è anche una storia personale segnata dal dolore. La comicità, nel suo caso, affonda infatti in una vicenda familiare complessa. «Mia madre, mentre era incinta di me, ha scoperto - specifica - di avere un tumore al cervello, uno di quelli più infami». Colucci ricorda un clima domestico in cui l’ironia è diventata una forma di resistenza quotidiana: «Per capire la mia comicità - aggiunge - bisogna capire quanto l’ironia sia stata fondamentale nella mia famiglia. Non è scontato: per essere ironici in certe situazioni bisogna essere molto intelligenti».
Una necessità che trova spazio proprio in una forma d’arte capace di azzerare i filtri. Colucci rivendica infatti nella stand up la possibilità di parlare senza autocensure. «Sono - sottolinea - sempre stata troppo spontanea, troppo sincera, troppo diretta. Quante volte ti dicono: questo non lo puoi dire, questo non lo puoi fare. Quando ho scoperto questa forma d’arte, dove ci si può esprimere senza censure anche linguistiche, l’ho vissuta come una liberazione».
La scelta del palco, però, non è stata indolore ed è passata da un taglio netto con la stabilità. Laureata in Mediazione linguistica, aveva davanti un lavoro certo nella tabaccheria di famiglia a Matera. «Stavo in una botte di ferro. Ci ho provato a restarci - racconta -, sono stata lì cinque anni dalla mattina alla sera». Poi il bivio e la decisione di ripartire per Roma, dove si era già formata. «Lasciare il certo per l’incerto, gli affetti, mio padre. È stata una decisione sofferta, lacrime e sangue. Per molti è sembrata una follia, ma dovevo assecondare un richiamo interiore».

Nel suo percorso artistico convivono riferimenti diversi, dalla comicità televisiva alla tradizione teatrale e cinematografica italiana, ma la costruzione dei monologhi parte dal vissuto. «Parlare della propria esperienza crea empatia. Il pubblico percepisce quando quello che dici è vero. Voglio mescolare esperienza personale e critica sociale. La realtà sta superando l’immaginazione». Alla base, sottolinea, c'è un lavoro costante e poco visibile. Sul palco nulla è lasciato al caso. "Dietro ogni battuta c'è tantissimo studio - precisa -. Ogni parola è importante. In un’epoca di contenuti infiniti bisogna scrivere bene, dare qualità».

Matera resta un riferimento costante, anche a distanza. «Io vivo a Roma da quindici anni, ma non ho mai perso l’accento». L'orgoglio per le proprie radici convive però con uno sguardo critico sulle difficoltà del Sud, soprattutto sul piano culturale. «Chi nasce al Sud è svantaggiato. C'è ancora una barriera di pregiudizio e una religiosità che spesso chiude l'apertura mentale. Ma la diversità può diventare un punto di forza».

Nel suo racconto non manca però una consapevolezza delle difficoltà del percorso. «Il gelo capita, quando non fai ridere. Ti tocca dentro, ma non devi abbatterti. Fa parte del percorso». Ad oggi il bilancio è comunque soddisfacente. «So - conclude - che la strada è ancora lunga, ma continuo a scrivere nuovi monologhi per rendere lo spettacolo sempre più ricco e portarlo in giro, anche partendo dalla Basilicata».

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