mezzogiorno di focus
Medici in pensione nei Pronto soccorso di Puglia
Chiamata alle armi della Regione: «È l’unico modo per garantire l’assistenza»
BARI - L’emergenza non è più eccezione. È ormai ordinaria, quotidiana, come impara a proprie spese chi ha la sfortuna di ricorrere ai Pronto soccorso. Secondo il sindacato dei medici Cimo, nei presidi pugliesi mancherebbero all’appello almeno 90 medici, pari al 40% del fabbisogno calcolato per il triennio 2020-2022, che ne prevede almeno 225. Con l’arrivo dell’estate, la situazione rischia di aggravarsi ulteriormente e diventare ancor più esplosiva. E la Regione che fa? Ammette la situazione di emergenza, causata soprattutto dall’atavica carenza di personale, e tenta di porre rimedio con una soluzione tampone. Per l’assessore alla Salute Rocco Palese serve «una chiamata alle armi generale, così come è stato per la pandemia». «I Pronto soccorso estivi e le guardie mediche non possono restare scoperti. Se a livello nazionale non si svegliano, la mia intenzione è di poter utilizzare i medici in pensione e i medici di medicina generale. L’importante - chiarisce - è istituire un rapporto parasubordinato che permetta di retribuire i professionisti che daranno la propria disponibilità. È l’unico modo per non lasciare le persone senza assistenza».
Palese ha lanciato l’idea a margine del confronto sindacati-Regione andato in scena ieri mattina all’hotel Excelsior di Bari. «Un progetto di salute per la Puglia» il titolo dell’iniziativa promossa da Cgil, Cisl e Uil, che ha acceso i riflettori sulla sanità regionale soprattutto in vista dell’arrivo dei 650 milioni del Pnrr.
problemi e risposteIl «cahier de doléances» è voluminoso, come evidenziato dalla segretaria regionale della Cgil, Filomena Principale, fin dalla relazione che ha aperto i lavori. Le lunghissime liste d’attesa per esami e visite specialistiche, i pronto soccorso sotto stress, l’assistenza domiciliare insufficiente, i timori che la sanità pubblica faccia passi indietro a favore dei privati sono fra i tanti nodi venuti al pettine. Criticità del sistema amplificate dalla pandemia.
Sotto la lente anche la promessa rivoluzione della medicina territoriale con il nuovo modello organizzativo che prevede gli Ospedali di comunità, le Case di comunità e la Centrale territoriale operativa. E, a questo proposito, Principale ha sottolineato la necessità di capire come le scelte fatte garantiscano i Lea (i Livelli essenziali di assistenza) «in ogni area della Puglia, come e dove vengono ulteriormente implementate, quale organizzazione si garantisce all’interno delle strutture». Il timore, ha detto rivolgendosi all’assessore Palese, «è che si sommino nuovi modelli senza toccare quelli esistenti, che si aggiunga cioè, l’organizzazione di una Casa di comunità ma non si cambi l’organizzazione della medicina generale. Il rischio è quello di creare servizi sconnessi tra loro». Ha ricordato il decreto ministeriale 70 del 2015 «che ha visto chiusure e riduzione di posti letto, ha definito non un ospedale adeguato ai bisogni ma un ospedale minimo, tarato su uno standard di 3.5 posti letto su 1000 abitanti. E mentre si chiudevano ospedali e si trasformavano in Pta, è arrivata la pandemia, facendo emergere tutti gli errori del sistema».
E la pandemia, hanno sottolineato Cgil, Cisl e Uil, ha portato drammaticamente alla luce anche la questione della carenza di personale, ritenuto investimento prioritario nell’ambito delle risorse. Sempre la crisi del Covid ha del tutto affossato la prevenzione, a partire dagli screening oncologici. «Eclatante il dato della Puglia, che registra un - 34% di mammografie, dato già di per sé distante da quello nazionale, nonostante la gratuità dell’esame, e che rappresenta un valore più alto della media italiana, al 28%».
Per la Regione le risposte ai rilievi, oltre che da Palese, sono state del vice capo di Gabinetto, Domenico De Santis, della dirigente del servizio Sgat, Antonella Caroli; del dirigente del Dipartimento promozione della salute, Vito Montanaro; del dirigente dell’Agenzia per la salute e il sociale, Giovanni Gorgoni; della dirigente del Servizio sistemi informativi, Concetta Ladalardo.
le prospettive«Siamo di fronte all’opportunità straordinaria fornita dal Pnrr per rilanciare il sistema sanitario», hanno sottolineato Pino Gesmundo, Franco Busto e Antonio Castellucci, segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Puglia. «Ecco perché - hanno spiegato - abbiamo voluto avviare un confronto, pubblico, con la Regione che coinvolga i cittadini e i lavoratori pugliesi, per progettare una sanità diversa, migliore, che vada incontro alle reali esigenze della comunità e dei più fragili, che renda più efficiente il sistema ospedaliero ma soprattutto l’assistenza territoriale e domiciliare, finora non all’altezza, come dimostrano le infinite liste d’attesa e la sanità passiva, ancora troppo elevata e peggiorata dopo due anni di pandemia. Quello alle cure e alla prevenzione è un diritto costituzionale che abbiamo il dovere di tutelare ad ogni costo». Da qui l’esigenza del sindacato di «partecipare attivamente, con le sue proposte, alla discussione sulla spesa dei fondi europei destinati alla sanità. Non vogliamo inaugurare cattedrali nel deserto: alla relizzazione di nuove strutture devono seguire misure concrete volte all’assunzione di personale qualificato che vada a colmare il gap enorme con altre realtà italiane, che a parità di abitanti possono contare su organici decisamente più nutriti. Basti pensare ad altre regioni, che hanno a disposizione il doppio degli ospedali e 15mila addetti in più: una situazione inaccettabile».
Presente all’iniziativa anche il segretario nazionale confederale della Uil, Domenico Proietti. «I fondi del Pnrr sono ancora insufficienti - ha evidenziato - e faremo una battaglia unitaria affinché già dalla prossima legge di bilancio vengano stanziate risorse aggiuntive per riprogettare il sistema sanitario. Dalla pandemia dobbiamo apprendere una lezione fondamentale: una buona politica economica è sinonimo di buona politica sanitaria e di una sanità efficiente, specie nel Mezzogiorno. E non va dimenticato che gli investimenti nella sanità contribuiscono allo sviluppo complessivo di un territorio».