Le note del dubbio

Dialogo sonoro tra il principe e i fantasmi

Livio Costarella

Un principe che ascolta i fantasmi e dialoga con i propri dubbi. Pochi personaggi della letteratura hanno generato una risonanza musicale vasta quanto Amleto, la tragedia di William Shakespeare scritta tra il 1599 e il 1601, in cui il giovane principe di Danimarca scopre che il padre è stato assassinato dallo zio Claudio e decide di vendicarlo. Il dubbio, la follia, l’amore perduto di Ofelia e l’ossessione della morte - simbolicamente fissata nel celebre teschio di Yorick - hanno offerto ai compositori un materiale espressivo potentissimo. Non sorprende quindi che, dal Barocco fino alla musica contemporanea, e perfino al jazz e al rock, la figura di Amleto abbia continuato a risuonare nella storia delle sette note.

Le prime testimonianze risalgono al teatro musicale barocco, quando la vicenda circolava attraverso il libretto di Apostolo Zeno ispirato alla leggenda nordica di Amleth. Nel 1705 Francesco Gasparini compose a Venezia l’opera Ambleto, costruita su una drammaturgia fatta di arie patetiche e contrasti affettivi che riflettono la tensione morale del protagonista. Dieci anni più tardi Domenico Scarlatti presentò a Roma Amleto (1715), opera oggi in gran parte perduta, ma significativa perché testimonia quanto la storia shakespeariana fosse già percepita come materia musicale carica di passioni teatrali.

Nel tardo Settecento la tradizione proseguì con Ambleto di Gaetano Andreozzi (1792), esempio di opera seria in cui il conflitto interiore del principe viene tradotto in grandi scene declamatorie. Ma è nell’Ottocento romantico che Amleto diventa davvero un mito musicale. Nel 1853 il violinista Joseph Joachim scrisse la sua Ouverture op. 4, pagina orchestrale che cerca di rendere musicalmente il contrasto tra meditazione e dramma. Pochi anni dopo Franz Liszt compose il poema sinfonico Hamlet (1858), dove i timbri scuri e le tensioni armoniche evocano l’inquietudine psicologica del protagonista, mentre la commovente scrittura lirica associata a Ofelia suggerisce la fragilità del personaggio.

La tragedia tornò poi al teatro con Amleto di Franco Faccio (1865), su libretto di Arrigo Boito, tentativo ambizioso di rinnovare l’opera italiana attraverso un linguaggio orchestrale più drammatico. Ancora più celebre fu Hamlet di Ambroise Thomas (1868), grand opéra parigina ricordata soprattutto per la scena della follia di Ofelia, dove la vocalità virtuosistica diventa quasi una traduzione sonora della mente smarrita del personaggio.

Alla fine del secolo il mito shakespeariano ispirò anche grandi pagine sinfoniche: Hamlet and Ophelia di Edward MacDowell (1885), poema sinfonico che costruisce due temi contrapposti per i protagonisti, e l’ouverture-fantasia Hamlet op. 67 di Pëtr Il’ič Ciajkovskij (1888), dove il compositore utilizza un’orchestrazione cupa e tempestosa per rappresentare la tensione tragica dell’opera.

Nel Novecento e nel nostro secolo il personaggio continua a stimolare nuove letture musicali. L’opera Hamlet di Humphrey Searle (1968) utilizza un linguaggio dodecafonico per esplorare la dimensione psicologica della tragedia, mentre il ciclo Let me tell you di Hans Abrahamsen (2013) affida a Ofelia una voce poetica sospesa e fragile. Più recente è Hamlet di Brett Dean (2017), partitura teatrale che combina orchestra, elettronica e scrittura vocale estremamente espressiva.

Il mito arriva anche nel jazz: Duke Ellington dedicò nel 1957 alla tragedia il brano The Star-Crossed Lovers all’interno della suite Such Sweet Thunder, dimostrando come l’universo shakespeariano potesse diventare materia di raffinata invenzione armonica. Persino il rock ha tentato di appropriarsi della storia con progetti come la rock opera Hamlet in Rock (2007).

Attraverso tre secoli di musica, Amleto continua dunque a vivere come figura sonora oltre che letteraria. Ogni compositore ha cercato di trasformare in suono il suo enigma: il dubbio che si insinua come un motivo oscuro, la follia di Ofelia resa in vocalizzi fragili ed eterei, il destino tragico suggerito da orchestrazioni tempestose. È la prova che la musica, come il teatro di Shakespeare, sa parlare direttamente alle zone più profonde dell’animo umano. In fondo la forza musicale di Amleto sta proprio nella sua natura ambigua. Il celebre monologo dell’«essere o non essere» non è solo un pensiero filosofico: è un ritmo interiore, una pulsazione che molti compositori hanno tradotto in linee melodiche esitanti, sospese tra luce e ombra. Per questo le partiture dedicate al principe danese oscillano spesso tra lirismo e tensione drammatica, tra silenzi e improvvise esplosioni orchestrali. È quasi una qualità onomatopeica: la musica sembra imitare il movimento stesso del pensiero di Amleto, che avanza, si ferma, dubita e poi riparte verso la tragedia finale.

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