Icaro

La trama può attendere

Dorella Cianci

Salviamo per l’eternità una delle più grandi lezioni di Borges: non c’è sempre da aspettarsi o da pretendere una trama; a volte è più importante avere dinanzi una mente, una riflessione o una domanda. Potrebbe essere questo un buon vademecum per il testo che, qui, intendiamo rileggere. L’Artefice di Borges (che in questi giorni è tornato disponibile, presso Adelphi, nell’edizione curata da T. Scarano) è uno di quei libri che, in poche pagine, riesce a tessere un ulteriore labirinto intorno alla figura di un genio della letteratura. L’artefice fabbrica indubbiamente oggetti, ma anche “mondi”, assumendo le sembianze di un creatore che non inventa nulla, bensì riflette, mette insieme, riscrive, ipotizza.

L’Artefice è un libro attraversato da un tema borgesiano per eccellenza: la letteratura come specchio infinito, dove ogni singola parola rimanda ad altri testi e ogni storia è l’eco di una grande (e importante) storia precedente. Siamo dinanzi a delle pagine composte da “pezzi”, dove questi pezzi non coincidono con la frammentarietà, ma al contrario con la continuità della memoria umana, che non procede attraverso una linea retta, ma si espande a macchia d’olio con lampi improvvisi, associazioni di idee, ritorni…

Quando apriamo questo prezioso volumetto, abbiamo dinanzi a noi una domanda eterna: chi siamo davvero, se siamo fatti di ricordi e di racconti, figli di altri racconti? Borges ci accompagna nella complessa riflessione sull’io, ma questo io non è una roccia inscalfibile, è piuttosto la continua ri-creazione di se stessi, senza dover seguire, per forza, una sola narrazione.

In questo specchio immaginiamoci Omero, il poeta cantore che, diventando cieco, passa dall’osservare il mondo alla fabbricazione di questo con la memoria e con la lingua. E se immaginassimo la nostra identità come una storia che ne contiene altre, come un montaggio combinato e come una memoria personale e collettiva? È questo che ci suggeriscono le pagine de L’Artefice, pieno di figure archetipiche come il guerriero, il poeta, il traditore, il sognatore, il prigioniero….

Il volumetto, che abbiamo scelto, segue almeno cinque elementi: l’identità e il doppio, il tempo e la sua ossessiva ripetizione, la memoria e il confortante oblio, il mito e gli archetipi alla maniera di Omero e di Shakespeare e, infine, la letteratura come destino, come una forza che abita il tempo (senza incastrarsi nella piccolezza quotidiana). Le pagine dell’edizione qui segnalata, iniziano con una breve presentazione del 1960, a cura di Borges stesso, in cui scrive: «Mi lascio alle spalle i rumori della piazza ed entro nella Biblioteca. Avverto, in modo quasi fisico, la gravitazione dei libri, l’ambito sereno di un ordine, il tempo magicamente disseccato e conservato. […] La vasta biblioteca che mi circonda si trova in calle Mexico». Sono parole che giungono dalla piena estate di Buenos Aires.

Fra le prime pagine del volumetto, si incontra uno scritto dal titolo Gli specchi velati e siamo dinanzi a una inesorabile confessione: «Una delle mie ricorrenti preghiere a Dio e al mio angelo custode era di non sognare mai specchi».

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