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Ci sono cinque indagati

Bari, i medici litigavano
e la neonata morì
In tre sospesi ma «a rate»

La Asl: quei medici sono indispensabili, si fermeranno da 3 a 7 giorni al mese per un periodo lungo fino a 3 anni e mezzo

di venere

di NICOLA PEPE

BARI - Un provvedimento disciplinare non è certo una sentenza di condanna della Cassazione. Ma al tempo stesso non può rappresentare una (doppia) beffa soprattutto se di mezzo c'è una neonata morta e 440mila euro di soldi pubblici pagati per risarcire due genitori a cui è stata negata questa gioia per una (presunta) grave negligenza medica. E così, all'Asl di Bari, per «necessità», hanno tirato fuori dal cilindro la sospensione dal servizio «a rate», proprio come si fa con una cambiale per estinguere un debito.

Qualche giorno fa, dopo tanti rumors iniziati in piena estate, sono stati pubblicati (con decorrenza 3 ottobre) i provvedimenti disciplinari nei confronti di tre medici coinvolti nel procedimento disciplinare (e penale) per la morte di una neonata, causata - questa è l'ipotesi mossa dalla Procura - da un litigio tra medici per contendersi una sala operatoria.

L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato a 5 medici, i due primari dei reparti di chirurgia generale e anestesia, due ginecologi e un altro anestesista. È stata contestualmente chiesta l’archiviazione per altre sei persone, tra medici e infermieri dell’equipe del reparto di ostetricia e ginecologia che avevano avuto in cura la madre nei giorni precedenti il parto e durante la successiva operazione.

Il paradosso, in tutto questo, è che i medici da un lato sono accusati dalla Asl di gravi negligenze a tal punto da meritarsi una sospensione, dall'altro vengono trattenuti dalla stessa azienda perché ritenuti indispensabili concedendo la rateizzazione della sospensione e della decurtazione dalla stipandio. Insomma, questi medici sono buoni o cattivi?

La vicenda della bimba morta che ha fatto parlare tutta Italia, grazie alla denuncia della «Gazzetta», si è consumata tra le mura del blocco operatorio del «Di Venere» di Bari. Qui, purtroppo, a fine aprile dello scorso anno, una donna ha dovuto attendere più di un'ora prima di essere dottoposta a un cesareo «urgente» perché la sala chirirgica era stata destinata a un paziente che di urgenza aveva ben poco visto che era arrivata tre ore dopo. Un incidente frutto di una mala gestio organizzativa, come emergerà dalle indagini del Nas, cui la Asl ha dovuto mettere una pezza staccando un assegno di 440mila euro a favore dei genitori quale transazione per il risarcimento. Soldi che l'azienda sanitaria (forse) potrà recuperare dai professionisti coinvolti, al termine dell'eventuale processo, il cui elendo degli imputati è stato assottigliato da alcune rihcieste di archiviazione.

E così, dopo lo scandalo denunciato dalla «Gazzetta» - attraverso carte che erano agli atti della Asl da diversi mesi - il procedimento disciplinare avviato nei confronti di tre medici si è concluso a luglio. Ma la «sentenza» (due sospensioni senza stipendio per 120 giorni e una per 90 giorni) è stata congelata e rinviata di qualche mese per evitare problemi organizzativi: con questa modalità, la sospensione si definirà in un tempo che va da un anno a tre anni e mezzo.

Proprio così. La Asl ha dovuto differire l'esecuzione del provvedimento disciplinare e concedere la rateizzazione perché l'allontanamento di due ginecologi e un anestesista avrebbe creato «conseguenze sull'organizzazione per il normale svolgimento delle attività». I due medici hanno avuto rispettivamente 90 e 120 giorni di sospensione, da «scontare» con una frequenza di sette giorni al mese a partire da ottobre fino a estinzione della sanzione che avverrà rispettivamente in un anno e in un anno e mezzo: nei loro confronti sono stati contestati «comportamenti omissivi o mancato rispetto dei compiti di vigilanza, operatività e continuità dell'assistenza al paziente» (la donna gravida non sarebbe stata in alcun modo monitorata durante la permanenza nel blocco operatorio).

Analoga decisione adottata per l'anestesista protagonista del «litigio» con i chirurghi per decidere quale intervento eseguire prima (se l'appendicite o il cesareo) salvo poi farsi «dissuadere» dalle rimostranze dei colleghi e dal primario di Chirurgia: quest'ultimo aveva chiesto e ottenuto di andare in pensione a luglio 2018, ma ha chiesto di anticipare e andare via a fine settembre scorso pagando persino l'indennità di mancato preavviso di oltre 23mila euro. L'anestesista sconterà i 120 giorni di sospensione, pagando una «rata» di tre giorni al mese estinguendo il debito nei prossimi tre anni e mezzo.

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