Dacia Maraini in Puglia: «con lo sguardo dell'innocenza perduta»
di MARIA GRAZIA RONGO
È la scrittrice italiana più tradotta nel mondo, anche più nota di Grazia Deledda che è stata l'unica italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. È Dacia Maraini, fiorentina, l'infanzia trascorsa in Giappone, femminista, a lungo compagna di Alberto Moravia e grande amica di Pier Paolo Pasolini. Una vita dedicata alla scrittura (con la vittoria di un «Campiello» e di uno «Strega») e ai lunghi viaggi in giro per il mondo, una meta amatissima era l'Africa.
Dacia Maraini è in questi giorni in Puglia per parlare del suo ultimo romanzo: «Il treno dell'ultima notte» (Rizzoli ed., pp. 430, euro 21) in una serie di incontri organizzati dai Presìdi del Libro. Due le tappe in provincia di Bari: ieri sera a Mola di Bari e domani a Bitetto, dove la scrittrice incontrerà lettori e studenti nell'audi - torium del Liceo Scientifico Amaldi per il Presidio del Libro di Bitritto, Bitetto e Sannicandro (ore 18).
Oggi invece Maraini sarà a Ostuni e Brindisi. Il treno dell'ultima notte è un romanzo storico e allo stesso avventuroso, perché racconta il lungo viaggio geografico e sentimentale della protagonista, Maria Amara Sironi, sulle tracce dell'inseparabile amico d'infanzia, Emanuele. Una ricerca che si snoda tra le brutture dell'Europa nazista, che attraversa gli orrori di Auschwitz-Birkenau, incontra i rivoltosi ungheresi del 1956 a Budapest. A farle compagnia sul treno che attraversa l'Europa divisa dai totalitarismi, dove «una parte non sa niente dell'altra», è Cuore di tenebra di Conrad, che le fa aprire gli occhi sugli errori degli uomini e della storia con un flebile accenno di speranza nel finale: «Il futuro si apre davanti a lei come un fiore precoce che ha sentito il primo raggio di sole, ma potrebbe rimanere congelato sul ramo. Perché la primavera non è ancora arrivata e quel raggio di sole l'ha ingannata».
Maraini, il suo nuovo romanzo è ambientato nell'Europa della Seconda Guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi. Perché ha scelto di soffermarsi su questo periodo? «È una storia che appartiene alla mia crescita e sentivo l'esigenza di darle voce ed è una storia che riguarda tutti noi. Da qualche parte dentro di me c'era il bisogno di parlare di tutto quello che è accaduto in quegli anni e volevo farlo attraverso lo sguardo di due giovani, vittime della catastrofe ma pronti a guardare avanti».
La sua è anche un'intensa riflessione sul dolore che sembra motivata da vicende personali. «Durante la stesura del romanzo, che è durata cinque anni, ho affrontato un periodo difficilissimo della mia vita, quello della malattia e della morte del mio compagno, colpito dalla leucemia. Era naturale che la mia scrittura risentisse del dolore che mi accompagnava quotidianamente».
Tra l'altro anche lei, da bambina, è stata in una campo di concentramento in Giappone. «Sì, dai sette ai nove anni. Sono stati due anni tremendi, anche se non era un campo di sterminio, come quelli nazisti. Ho provato sulla mia pelle cosa significasse patire letteralmente la fame, insieme a tutta la mia famiglia. I miei occhi hanno visto cose che non riuscirò mai a dimenticare: mio padre per dimostrare ai giapponesei che non era un traditore e che per questo non ci potevano lasciar morire di fame, si tagliò un dito, ed io ero lì a guardare».
La protagonista del romanzo ha un nome emblematico: Maria Amara. Perché? «Perché vive in un'epoca difficile e ne porta i segni. Il nome le è stato dato dal padre, ciabattino, che ripete continuamente che la vita è amara. Allora però si potevano dare solo i nomi dei santi e così la chiamò Maria Amara. E poi Amara è una ragazza in cerca del primo amore, piena di speranze, anche se la storia spesso ci consegna solo macerie, ed ecco che ritorna l'amare zza».
Lei spesso incontra i ragazzi nelle scuole. È un modo per coinvolgere le nuove generazioni? «Soprattutto con questo romanzo penso che incontri del genere siano necessari. La riflessione sulla storia deve essere alla base delle nostre priorità. Il recupero della memoria è fondamentale per il futuro dell'umanità, affinché eventi tremendi come le persecuzioni razziali non si debbano più ripetere e anche in Italia c'è bisogno di soffermarsi su tali questioni. In più c'è il fatto che il punto di vista ne Il treno dell'ultima notte è quello di un ragazzino. Sono entrata nella storia con lo sguardo dell'innocenza».