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L'editoriale - la Lezione spagnola ignorata nel Sud

L'editoriale - la Lezione spagnola ignorata nel Sud

L'editoriale - la Lezione spagnola ignorata nel Sud

 

Mercoledì 19 Dicembre 2007, 00:00

02 Febbraio 2016, 19:39

«Che cosa invidio dell'Italia? Il suo prodotto interno lordo». Così, pochi anni fa, l'allora primo ministro spagnolo Josè Maria Aznar rispose a Bruno Vespa che, nel suo salotto televisivo, lo aveva stuzzicato sulla corsa delle due sorelle latine verso la ricchezza. L'espressione del volto aznariano non era lo spot dell'ottimismo, visto che a malapena nascondeva questo retropensiero: «La Spagna è una locomotiva che corre, ma ci vorrà del tempo prima che raggiunga la vostra Italia». Invece, in meno di un lustro, Madrid ha realizzato il sorpasso su Roma. Certo, in termini assoluti il Pil dello Stivale resta più alto di quello iberico, ma in termini relativi, sulla base cioè del prodotto individuale, la Spagna «Achille» ha superato la «tartaruga» Italia: 105% del Pil medio europeo contro il nostro 103%. Il socialista Josè Luis Zapatero, successore del liberalpopolare Aznar al governo, non è riuscito a trattenere l'entusiasmo, come capitava, sulla sua spider, al protagonista del film-cult «Il sorpasso» interpretato da uno strepitoso Vittorio Gassman.
E pensare che fino a 20-30 anni fa la Spagna era un nazione alla moviola e sprovvista del dna dell'accumulazione. La lunga dittatura di Francisco Franco (1892-1975) aveva trasformato un'antica e decaduta potenza imperiale e imperialistica nella bella addormentata d'Europa. Le barzellette sulla scarsa attitudine degli spagnoli al lavoro erano più diffuse di quelle sul regime del Caudillo che, come ogni autocrazia, nulla poteva di fronte all'avanzata dell'umorismo. La Spagna lasciata da Franco, nonostante alcune favorevoli e incaute dichiarazioni rilasciate da Fabio Capello, che stavano per compromettere il suo sbarco a Londra alla guida della nazionale inglese, non era propriamente un paese da applausi a scena aperta. La Spagna consegnata dal Generalissimo era solo un paese in ordine. Punto.
Ma il lievito dell'economia, insegnava l'economista Luigi Einaudi (1874-1961) che ne elogiava le virtù nascoste, è il disordine, non l'ordine. Anche i cimiteri sono sempre in ordine. Anche le caserme sono un esempio inimitabile di disciplina. Ma nessuno può sostenere che al massimo di ordine e di disciplina corrisponda il massimo di efficienza. Quasi sempre, invece, è vero il contrario.
La Spagna di 20-30 anni fa era un gigantesco Mezzogiorno d'Italia. Anzi, per certi versi stava messa persino peggio. Società chiusa. Industrie meno che artigianali. Insomma, campa cavallo. Ad un certo punto, in un amen, è scattato il miracolo economico iberico, paragonabile, per la sua impetuosa avanzata, allo spettacolare exploit dell'Italia e della Lira negli anni Cinquanta e Sessanta. All'inizio del boom , la Spagna era una specie di colonia tedesca del Mediterraneo (le prime 100 imprese nazionali erano quasi tutte di proprietà teutonica). Presto, però, gli spagnoli più intraprendenti hanno anticipato il fenomeno Fernando Alonso, il re delle pole position sulle piste, che del prodigio spagnolo rappresenta l'immagine simbolo.
Ma l'insospettata capacità imprenditoriale degli spagnoli sarebbe sfociata in una nuova frustrazione esistenziale (dopo quella vissuta sotto il franchismo) se la classe di governo di Madrid si fosse messa di traverso spegnendo gli ardori nascenti e frenando le aspettative crescenti. Se in Italia il fascismo aveva disseminato gli enzimi statalistici in larghissimi settori della società inaugurando ad esempio l'interminabile stagione della «tessera» per andare avanti, invece in Spagna l'esperienza del franchismo aveva involontariamente prodotto un vaccino anti-statalistico in quasi tutte le sezioni del mercato politico e sociale.
A Madrid, dopo il dittatore, hanno comandato il conservatore Fraga Iribarne, il liberale Adolfo Suarez, il socialista Felipe Gonzalez, il democristiano Josè Maria Aznar, il socialista Josè Luis Zapatero. Ma un filo di continuità ha legato i loro governi, la cui filosofia si divaricava e si divarica sulla politica estera e sui diritti civili, ma sembra uscita da un'unica testa quando si misurava e si misura con i temi dello sviluppo economico. Tappeti rossi per chi vuole investire, fisco leggero per non deprimere produttori e consumatori, coltello fra i denti per intercettare le risorse comunitarie, sostegni cospicui alla ricerca, grandi progetti di opere pubbliche, certezza del diritto, stabilità politica: il modello spagnolo può essere dipinto con poche pennellate.
Tutt'altra cosa è accaduta nel Mezzogiorno, dove gran parte dell'Intervento straordinario è stato intercettato dai predoni del Nord e dai faccendieri del Sud, e dove la stessa legge 488 ha fatto scorrere fiumi di inchiostro più negli uffici giudiziari (non si contano le iniziative fantasma finanziate dal denaro dei contribuenti) che negli uffici di aziende finalmente esplose sul mercato. Per non parlare del fisco che, anziché sostenere chi vuole creare ricchezza, fa di tutto per fiaccarne le volontà. Per non parlare di quel perverso circuito politico-burocratico, e a volte anche giudiziario, imbevuto di formalismi e proceduralismi, che giudica e blocca «a prescindere» le imprese, quasi che tutte fossero succursali di Bernardo Provenzano. In queste stanze del potere la «cultura del no» è dilagante, a priori, aiutata, va detto, anche da un'inflazione legislativa persino più grave dell'inflazione economica. Per cui anche l'opera più condivisa e trasparente rischia la paralisi come il traffico alla vigilia di Ferragosto. Sostiene lo storico inglese Robert Conquest: «Un eccessivo egualitarismo manda in rovina un'economia, un eccessivo legalismo distrugge la legalità».
Ecco. Il Sud è rimasto al palo perché, complici i governi centrali, ha fatto il contrario di ciò che ha fatto la Spagna, di cui sempre il Sud conserva un'eredità sciuè sciuè, cioè di luci e ombre: il barocchismo. Si potrebbe rimediare al ritardo, copiando i cugini iberici. Invece, no. Eppure sbagliare è umano, perseverare è diabolico.
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