Paolo Cirino Pomicino, deputato per sei legislature e due volte ministro, profondo conoscitore dei meccanismi della politica italiana, cosa pensa del governo Draghi?
«È l’esecutivo migliore che possa esserci con questo Parlamento. Parlamento che, ricordiamolo, sin dall’inizio non è stato in grado di individuare un premier. Una anomalia che non esiste in alcuna democrazia parlamentare».
La presenza di tanti partiti è un elemento di forza o di debolezza?
«Nel breve periodo di forza perché l’autorevolezza del presidente del Consiglio costringerà i partiti ad essere più composti e collaborativi. Ad esempio sulle due urgenze più stringenti: Recovery Plan e piano vaccini».
E nel lungo periodo?
«Nel lungo periodo, pensando soprattutto alle riforme, la cosa diventerà più complessa».
Un assaggio Draghi l’ha già avuto già con il pantano dei sottosegretari.
«È un nodo che Draghi ha lasciato alla volontà dei partiti. Di fatto, abbiamo assistito a un colpo di coda della peggiore politica: per le nomine c’è sempre stata discussione ma poi si concludeva. Se avessero ancora rimandato ci avrebbe pensato Palazzo Chigi. Comunque hanno fatto una pessima figura».
Questa idea per cui Draghi lascia autonomia e poi, in caso di stallo, decide lui sarà il metodo alla base dell’azione di governo?
«No, non credo anche perché Draghi ha tenuto per sé i ministeri chiave: Tesoro, Trasporti, Transizione ecologica. E su questi dicasteri appoggerà la realizzazione del Recovery. Stessa cosa per il piano vaccinale: alla Salute ha lasciato Speranza e, per questo, sarà lui a metterci mano».
E quindi ai partiti cosa resta?
«Resta la gestione dell’ordinario».
Di Draghi, che lei conosce bene, si è detto e scritto molto. Per alcuni è il salvatore della Patria. Per altri il perfido banchiere venuto a privarci della nostra sovranità. Alla fine, chi è Mario Draghi?
«È l’italiano più influente del mondo per la funzione svolta alla Bce: ha salvato Ue ed euro e contrastato la speculazione. Eppure finora ho rilevato due omissioni da parte sua».
Prego.
«Non ha fatto cenno all’egemonia che la finanza ha avuto nel sistema economico negli ultimi 30 anni, mettendo in affanno l’economia reale e producendo disuguaglianze. E poi non ci ha spiegato come garantire la sostenibilità di un debito in rapida crescita».
Lei come se lo spiega?
«Può essere che, in ordine al debito, non voglia utilizzare fino in fondo le risorse Ue in prestito ma solo quelle a fondo perduto. È un’ipotesi. Di certo colpisce di più che nessuno abbia rilevato queste due omissioni. Questa è la crisi politica: i partiti non guidano più il Paese ma lo inseguono».
Qualcuno però fa ancora qualcosa. Ad esempio aprire una crisi. Come ha giudicato la mossa di Renzi?
«Renzi ha innescato la crisi, certo, ma si è arrivati a questo punto con la complicità di Pd e M5S. Se una forza politica solleva un problema per due mesi e non si fanno riunioni ma si abbandona tutto nelle mani del premier il finale è garantito. La responsabilità è diffusa».
La tesi che Renzi si sia mosso in nome dei contenuti è un po’ debole: il Mes che sembrava irrinunciabile è divenuto ora, fatto fuori Conte, quasi irrilevante.
«Il problema non era il Mes ma l’azione di un governo che non ha dato avvio alla ripresa economica, non ha aperto cantieri né assunto medici e infermieri».
Quindi, secondo lei, l’ex premier toscano ha fatto bene?
«Probabilmente sì. Renzi ha indubbiamente talento politico ma rischia di sciuparlo con le modalità in cui si muove. Un segretario politico non parla tutti i giorni».
Da Renzi a Salvini, entrato nel governo. Il sovranismo è finito?
«Il sovranismo è più che altro un modo per occupare uno spazio politico e prendere voti, come lo era secessione anni fa con tutto il suo codazzo di riti e stravaganze. Nessuno, nemmeno loro, pensava di poter realmente spaccare l’Italia così come nessuno oggi pensa che si possa eliminare l’euro».
Quindi la Meloni ha fatto male a insistere sulla sua linea e rimanere fuori?
«No anzi, meno male. Ogni governo, in democrazia, ha bisogno di una opposizione. Bene che Fratelli d’Italia abbia operato quel tipo di scelta. E lo stesso vale per una parte del M5S che, a quanto vedo, si prepara a fare una opposizione di sinistra. In questo modo tanti ruoli saranno più chiari».
Infine, quanto pesa la corsa al Quirinale su tutto quello che sta succedendo?
«Non credo sia stato il motivo che ha spinto i partiti a entrare nel governo ma, di certo, sta orientando i comportamenti di molti. Anche se, è bene saperlo, il presidente della Repubblica non può essere espressione di tutti quanti. E poi, si sa, quella elezione è un terno al lotto».
















