il dramma
San Severo, «Il mio amico aveva offeso il mio Dio»: dopo 7 giorni la lite per religione sfocia in delitto
Sono le parole di Boubakar Toure, senegalese di 33 anni, ai poliziotti. L’uomo impugnava ancora una mazzuola con cui aveva ucciso poco prima Mamina Nyassi, 20 anni gambiano
“Ho litigato con mio amico. Lui ha fatto male, ha offeso il mio Dio e aveva un coltello. Per questo io l'ho colpito con un martello, per difendermi”. In un italiano stentato l’ha detto Boubakar Toure, senegalese di 33 anni, ai poliziotti che alle 16.30 del 13 marzo l’hanno trovato seduto sul divano vicino all’ingresso del ghetto “L’Arena”, a San Severo. L’uomo impugnava ancora una mazzuola con cui aveva ucciso poco prima Mamina Nyassi, 20 anni gambiano. Il cadavere con accanto un coltello era in una stanza della struttura. A dire dell’indagato si sarebbe difeso da un’aggressione, versione che non convince investigatori e giudici. Peraltro al di là delle poche parole pronunciate da Toure non è ancora chiaro cosa abbia provocato il litigio tra i 2 migranti entrambi con permesso di soggiorno, in Italia per lavorare come braccianti. Lite sfociata nell’ottavo omicidio dal 2016 nei ghetti di Capitanata. Davanti al gip Toure, difeso dall’avv. Giovanni Salatto, si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande del gip Armando Dello Iacovo che ha convalidato l’arresto e disposto che resti in carcere.
Il pm contesta l’omicidio aggravato dall’uso “del mezzo insidioso”, un martello di 22 centimetri sequestrato. Per il giudice invece il martello non è un mezzo insidioso; né è prospettabile l’aggravante della premeditazione per via di un litigio tra indagato e vittima, ma avvenuto ben 7 giorni prima dell’omicidio. Nel disporre il carcere il gip non ha concordato col pm né sulla sussistenza del pericolo di fuga, perchè Toure è stato trovato sul luogo del delitto; né sul pericolo di inquinamento delle prove. Mentre ha concordato con la Procura sul rischio di reiterazione del reato, soffermandosi sulla personalità dell’indagato descritto come “un uomo arrabbiato, aggressivo, litigioso, temuto e isolato nella comunità che lo ospita. Un uomo che a colpi di mazzuola ha sfondato il cranio a un altro ospite dopo un litigio di una settimana prima, non può che considerarsi una ‘bomba’ pronta a esplodere alla prima occasione di contrasto che lo contrapponga ad altri sventurati che gli vengano a tiro”.
Del litigio 7 giorni prima del delitto tra indagato e vittima, ha parlato agli investigatori un migrante. Toure e Nyassi occupavano una stessa stanza nella struttura trasformata in ghetto. “Ma Mamina aveva paura di dormire insieme a Boubakar” ha riferito il testimone “per questo motivo li abbiamo separati perché una settimana fa ci fu un litigio. In quel periodo avevano un problema, non sappiano quale”. Non ci sono testimoni dell’omicidio. Un migrante ha visto l’indagato coi vestiti insanguinati e il martello in mano uscire dalla stanza e dirgli di chiamare un’ambulanza, aggiungendo: “non ce l’ho con nessuno, sono caduto dalle scale”.
Toure ai poliziotti ha detto d’essersi difeso da Nyassi che avrebbe impugnato un coltello (il gip rimarca come siano frasi inutilizzabili perché non si tratta di dichiarazioni spontanee ma sollecitate dalla Polizia che gli chiedeva cosa fosse successo); accanto al cadavere è stato in effetti trovato un coltello. Il difensore, l’avv. Salatto, ipotizza una possibile legittima difesa. Per il giudice questa possibilità “è da escludere per il confronto improponibile tra le martellate che hanno sfondato il cranio della vittima e un potenziale uso da parte di Nyassi del coltello ritrovato vicino al suo cadavere. Senza contare inoltre che l’uso sarebbe stato tutt’al più tentato, perché l’indiziato non presenta alcun segno di aggressione subita”.