medio oriente
I signori della guerra, più il mondo è instabile più miliardi incassano
Le tragedie non finiscono, né creano nuovi equilibri. Le tregue non sono tregue, nella violenza di ogni giorno, continua. Accade nella terza guerra del Golfo, con lo scontro tra Stati Uniti e Iran
Al computer, nel soleggiato pomeriggio di una domenica d’aprile, mentre giungono voci di bimbi felici sul prato, con l’occhio attento alle notizie che torneranno a rincorrersi nel frenetico risveglio dell’America, viene da chiedersi perché continuare a subire la guerra decisa da chi la vive giocando a golf, come il presidente Trump oppure da chi la considera oramai una condizione accettabile per la sua politica e per il suo popolo, come Netanyahu, dato che dispone di un iron dom, la cupola tecnologica che protegge il cielo israeliano da qualunque attacco missilistico.
Ancora, pensando a Putin, che prosegue nella guerra per garantirsi un posto alla tavola dei grandi, alternando gli obiettivi civili a quelli militari, mentre in troppi continuano a morire nei conflitti semplicemente subiti. E gli altri, tra cui noi, che ne contiamo i danni economici, l’incertezza quotidiana, la rabbia, la paura? Le tragedie non finiscono, né creano nuovi equilibri. Le tregue non sono tregue, nella violenza di ogni giorno, continua. Accade nella terza guerra del Golfo, con lo scontro tra Stati Uniti e Iran su rotte bombardate o comunque sempre minacciate dai bombardamenti, nelle more di un secondo round di negoziati che ha scelto mediatori improbabili, come i pachistani, a Islamabad, dove al primo giro - pare - le delegazioni iraniane e americane non si sono neanche direttamente parlate. Accade sul fronte Sud del Libano, nella tregua fragile che sembra replicare la tragedia dei palestinesi, dove si è congelato il presente per lasciare vuoto il futuro, con Israele che si è appropriata delle terre altrui, scacciando i legittimi abitanti.
Accade in ciò che resta proprio della devastata Striscia di Gaza, tra le macerie sotto le tende stracciate che affogano tra i liquami, senza medicinali, né acqua o nella Cisgiordania cementificata dagli israeliani, in un dramma umanitario orfano di tutto, scivolato in quel silenzio che favorisce l’impunità. Accade anche, mentre si succedono le voci sempre più numerose e documentate di profitti smisurati dei politici che cavalcano la guerra, grazie ad attività di insider trading e di scommesse su quanto potrà ancora accadere.
Nel gennaio scorso, il New York Times pubblicava un’inchiesta sui guadagni accumulati dal tycoon che abita la Casa Bianca nel primo anno della sua presidenza. Tra accordi, transazioni e donazioni in criptovalute, Trump e la sua famiglia avevano guadagnato un miliardo e mezzo di dollari, con gli utili in aumento. Un conteggio basato su dati documentati – precisava l’autorevole quotidiano- senza peraltro offrire un resoconto completo. Considerato che sono trascorsi altri quattro mesi, dunque, un terzo del nuovo anno, le fortune di Trump possono essere solo che in aumento per altre centinaia di milioni. Tra l’altro, come riportava la Reuters in un lancio di agenzia di venerdì scorso, poco prima della chiusura dei mercati finanziari, erano stati scommessi 760 milioni di dollari sulla riduzione del prezzo del petrolio. Appena venti minuti dopo, il ministro degli esteri iraniano avrebbe annunciato la riapertura dello stretto di Hormuz e Trump avrebbe confermato. L’effetto? Crollo di dieci punti nelle transazioni sul greggio, scommessa vinta.
Ma lo stesso strano tempismo che collega le notizie sulla guerra al denaro e comunque ai drammatici fatti che si succedono, è stato rilevato dopo l’intervento americano in Venezuale contro Maduro e poco prima del bombardamento a stelle e a strisce sull’Iran, per citare i casi più eclatanti. In entrambi i casi, si sono generati profitti milionari in dollari. Scommesse in criptovalute, meno tracciabili e su piattaforme apposite, come Polymarket, con traduzioni nelle diverse lingue, che dallo sport e dallo spettacolo passano tranquillamente alla politica e alle guerre. È un cambiamento culturale, radicale e surreale. Probabilmente, gli speculatori faranno spallucce: da sempre, nelle tragedie c’è chi trae profitto. In America, peraltro il sistema è particolarmente permissivo con riferimento alla moralità politica. Si sono fatti e si fanno guadagni tanto in casa repubblcana, quanto democratica (vedi i Clinton o la ricca speaker della Camera, Nancy Pelosi). Ma è la dimensione d’impresa, la creazione sostanzialmente di un’industria, che ora fa la differenza. Un’industria che si fa pubblicità attraverso i nomi di chi la guida: i politici o ancora meglio gli imprenditori che si sono messi in politica. Sono assicurati guadagni facili, che escludono il lavoro, il sacrificio, la responsabilità, non certo per i comuni cittadini, considerati poco più di polli da spennare, ma per chi le notizie le conosce in anticipo e può modificarle alla bisogna.
La versione 4.0, di fatto, de «Il mestiere di vivere» di Cesare Pavese, che per chi sta al potere non è più una sfida, ma un affare. In Italia, abbiamo avuto l’esempio clamoroso di Berlusconi, eppure Sivio non avrebbe mai immaginato di trovare un competitor niente meno che nel presidente degli Stati Uniti d’America. Non diceva Orwell: «Se i fatti non ci piacciono, dobbiamo modificare i fatti»? In questo tempo di parole dette e contraddette, il clima è ideale. Manca anche lo schermo dell’ipocrisia. Una deriva pericolosissima, di cui si parla poco, che interroga l’informazione, soprattutto del mainstream. L’ipoteca digitale, nelle mani di plutocrati per eccellenza come i tycoon della Sylicon Valley, fa il resto. Al peggio ci si abitua con facilità, soccorrono l’gnoranza e l’indifferenza. Ma non si può arrivare a scommettere su quello che accadrà, senza cercare i perché o provando a evitare le crisi, come da ultimo quella petrolifera, deliberatamente scatenata con la guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran. Lo stiamo vivendo per i diritti umani, sistematicamente violati.
Si ripropone nel diritto internazionale, che tra l’altro vede imputati Netanayahu e Putin per crimini di guerra. Per Trump, comincia a pensarci il Congresso, troppo a lungo imbelle, finalmente impegnato a ragionare su come limitare i poteri del tycoon e tirare fuori l’America dalla guerra. Tornano gli interrogativi sulla salute mentale del presidente, che potrebbe giustificare il ricorso al 25/esimo emendamento della Costituzione americana. Ovvero la sua rimozione ad opera del vicepresidente, in questo caso Vance e della maggioranza del Cabinet, per manifesta incapacità. Ipotesi gia ventilata per il presidente Biden e mai attuata. Considerata improbabile anche ora, benche l’ex direttore della Cia, John Brennan al Congresso abbia ironizzato sulla premonizione: i costituenti avrebbero introdotto quell’emendamento, nell’incubo di un Trump. A proposito di visioni, i video realizzati e diffusi dallo stesso Trump nei panni del Papa o addirittura di Gesù e del Padreterno, che può guarire il mondo, non hanno provocato solo l’ironia dei comici ai due capi dell’Atlantico, sta salendo il disgusto e così la rabbia.
Sul cartello di un anziano manifestante in una piazza nel Bronx si leggeva: «Trump. Corrotto. Malato. Incompetente. Francamente spaventoso». Aggiungiamo, con la guerra all’Iran, per la quale si invoca un rapido epilogo, non certo la soluzione finale immaginata dal Tycoon, la credibilità del presidente ogni giorno che passa supera il minimo storico nei sondaggi. Ma da qui all’elezioni di midterm ci sono più di sei lunghi mesi. Troppi, anche per prendere o lasciare.