La riflessione

I giovani e il referendum? Altro che slogan, adesso un errore non ascoltarli

Ettore Jorio

Il significato che la società dei giovani ha attribuito al «no» assume un valore politico preciso. Non nel senso di voler rovesciare il regime, bensì di rimettere ordine sulla scacchiera

Il periodo di Pasqua è stato salutare per meglio interpretare l’esito del referendum. Il significato che la società dei giovani ha attribuito al «no» assume un valore politico preciso. Non nel senso di voler rovesciare il regime, bensì di rimettere ordine sulla scacchiera: torri ben piazzate a difesa di un principio non negoziabile, «la legge è uguale per tutti».

Il «no» è stato chiarissimo. Senza ambiguità: pollice verso a un potere giudiziario sotto il controllo dei governi. Pollice alto, invece, a una giustizia che controlla, vigila, indaga, processa e decide in assoluta autonomia. Chiunque. E soprattutto la politica. Ed è proprio qui che il segnale diventa scomodo. Perché impone – senza più alibi – un serio ripensamento sull’attuazione della legge delega 7 gennaio 2026 n. 1. In particolare sull’art. 3, che affida al Governo la riorganizzazione delle funzioni della Corte dei conti. Tradotto: il rischio concreto è quello di togliere l’arbitro dal campo, lasciando politica e burocrazia – che della politica è spesso longa manus – libere di giocare la partita della gestione pubblica senza un vero controllo.

Non basta. Si arriva al paradosso di scaricare sui cittadini fino al 70% dei danni erariali, persino in procedimenti non ancora definiti. Una deresponsabilizzazione mascherata da riforma.

I giovani questo lo hanno capito benissimo. Più di molti padri e nonni, talvolta assuefatti alle distorsioni di sistema. Sanno che una delega di questo tipo è, senza giri di parole, un atto di ingiustizia sociale.Perché il messaggio che passa è semplice e devastante: si può mettere mano al denaro pubblico sapendo che il rischio è contenuto, limitato, quasi calcolabile. Al massimo due anni di stipendio, se inferiore al 70% del danno. Una sanzione che più che deterrente suona come incentivo.

E non è un caso isolato. Questa logica si inserisce perfettamente nel solco dell’abrogazione dell’abuso d’ufficio, una scelta che il Governo potrà anche rivendicare oggi, ma che difficilmente reggerà nel tempo, anche alla luce delle pressioni europee.

I giovani – non amano fare i rider che non vivono di «piglia e porta» nei corridoi della politica e non hanno bisogno di compiacere il potere per esistere – hanno già preso posizione. E sarebbe un errore grave non ascoltarli. Perché ascoltarli significa anche dare loro una ragione per restare.

Non parlano per slogan. Hanno chiaro che questa normativa indebolisce la responsabilità erariale, rendendo più difficile recuperare risorse sottratte alla collettività. Hanno chiaro che ridisegna gli equilibri, piegando la magistratura contabile verso il potere politico e comprimendone autonomia e indipendenza, privilegiando una funzione consultiva che nulla ha a che vedere con il controllo neutrale. E hanno chiaro, soprattutto, che questa operazione si pone in rotta di collisione con la volontà popolare.

Perché il referendum ha detto altro. E ignorarlo significa forzare la mano non solo alla Costituzione – e all’art. 100 voluto dai Padri costituenti – ma anche al principio più elementare della democrazia: chi decide, alla fine, è il popolo. A maggior ragione quando è quello giovane, non compromesso e che crede ancora nella Giustizia che sovraintende.

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