la riflessione

Prove continue di dialogo, un'alleanza per riaprire presto lo stretto di Hormuz

Carmen Lasorella

Il primo round dei negoziati per trovare una soluzione alla guerra contro l’Iran, scatenata da Trump su istigazione di Netanyahu, è scaduto senza risultati apprezzabili

Al momento, nessun accordo. Il primo round dei negoziati per trovare una soluzione alla guerra contro l’Iran, scatenata da Trump su istigazione di Netanyahu, è scaduto senza risultati apprezzabili. Il vicepresidente americano, Vance è ripartito da Islamabad, capitale della mediazione pachistana, ammettendo il fallimento, mentre il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Baqaei ha commentato prosaicamente: “la via della diplomazia non è chiusa.” Approcci diversi, filosofie, culture diverse. Da una parte la logica del tutto e subito, nel presupposto della forza che travolge qualsiasi ragionevolezza, con una proposta “flessibile” per gli americani; dall’altra, nel solco di una visione che guarda alla stabilità di lungo periodo, la fermezza iraniana nel giudicare “irricevibile” quella proposta (apertura incondizionata dello stretto di Hormuz, esclusione di qualsiasi opzione nucleare per Teheran e dunque la negazione della piena disponibilità degli stock di uranio arricchito, no alla fine delle sanzioni economico-finanziare tuttora in corso, nessuno stop ai raid israeliani contro il Libano), lasciando aperti però spiragli alle trattative. È clamorosa la verifica della modestia dei risultati politici e militari raggiunti dai paesi aggressori (Stati Uniti e Israele) dopo più di 40 giorni di una guerra tra le più devastanti e sanguinose mai intervenute per l’impiego massiccio di armi e tecnologie di ultima generazione, con decine di migliaia di soldati e mezzi nell’area, oltre al numero spropositato di obiettivi colpiti e migliaia di morti a fronte della resilienza iraniana, lucida nella sua strategia. Quale? quella di allontanare il conflitto dal proprio territorio, allargandolo, benchè pericolosamente. I droni e i missili iraniani sono piovuti su larga parte del ricco mondo sunnita e sulle sue risorse petrolifere, incidendo sulle rotte delle petroliere che muovono le forniture e i mercati. Le azioni militari iraniane ad ampio raggio (missili lanciati fino a 4 mila chilometri di distanza) hanno spalancato l’incognita dei tanti, irrisolti, fronti delle guerre avvelenate ai confini est del Pakistan verso l’Afghanistan e l’India o a nord, guardando alla Turchia sull’asse del Caucaso, nelle rivaltà strategiche con i russi, fino alle sponde del Mediterraneo. Necessariamente condivisa, è aumentata la pressione per l’urgenza di fermare il caos, come di contenerne i rischi, ripristinando la navigazione e i commerci da Est a Ovest e viceversa. Da difendere, anche la pur fragile tregua di due settimane, indispensabile almeno tra Stati Uniti e Iran, già che Israele prosegue brutalmente la sua aggressione contro il Libano e cementifica il suo controllo feroce su Gaza e la Cisgiordania. Inoltre, che i negoziati si siano tenuti alla presenza del vicepresidente degli Stati Uniti, Vance è di per sé un passo avanti. Solo pochi giorni fa, infatti, nell’ennesimo messaggio sul social personale Truth, il presidente Trump minacciava l’Armageddon: “A whole civilization will die tonight, never to be brought back again”. Come si uccide una civiltà in una sola notte, cancellando tutto, se non con il ricorso alla “bomba”? Che si sia invece arrivati alla stretta di mano tra Vance e il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, in un clima cordiale e sereno -come è stato descritto dai testimoni dell’incontro- sarebbe un ottimo concreto inizio. Trump potrà pure proseguire nel suo delirio mediatico, vantando vittorie immaginarie, annoiato dalle guerre che non risolve e che subito dimentica, proseguendo nella sistematica distruzione di ciò che continua a toccare, ma qualcuno dovrà occuparsi dei danni e garantire il domani. La frenesia dei negoziati, ad altissimo livello al tavolo di Islamabad (accanto a Vance, il genero di Trump, Kushner e l’amico personale, l'immobiliarista Witkoff, ma nessuna traccia del segretario di Stato, Rubio – cos’altro continuerà a succedere a Washington?) con il supporto delle diplomazie turche, qatarine, saudite ed egiziane, ne sarebbe la prova. Ma la mediazione del Pakistan, fresco partner di Trump nel Board of Peace, l’organizzazione a pagamento dello stesso Trump, nata di sana pianta tre mesi fa, il suo Onu personale di cui si è proclamato presidente a vita, di fatto indica un altro effetto: si è spostato il cuore del percorso negoziale. Si è passati dalle storiche sedi occidentali del dialogo, come le Nazioni Unite o la Nato, ai salotti islamici. Un tempo, bollati quali centrali del terrorismo, diventati poi partner del patto di Abramo, oggi, a pieno titolo, protagonisti. A dire il vero, nelle intenzioni del presidente Trump, dovevano sostenere Israele e i progetti faraonici d’investimento nel Medioriente, pare invece che siano diventati l’embrione di una Nato oltre la Nato.

Si è creata un’alleanza che ha superato d’un balzo le distanze storiche dei paesi che ne fanno parte (pensando per esempio ai turchi e ai sauditi), preoccupati soprattutto, nell’emergenza che si è venuta a creare, di difendere la stabilità dell’area e i propri interessi anche dalle pretese egemonica dello stesso Stato di Israele. Sembra di trovarsi di fronte a un progetto marcato da una inattesa autonomia, considerando l’assenza del loro supporto operativo all’aggressione contro l’Iran. Un quadro complesso, come si vede. E l’intreccio disegna un’architettura di scatole cinesi -non a sproposito, già che è la Cina, ad Est la potenza dominante- che sta rinsaldando i legami economici nell’area e potenziando l’attività diplomatica, a cominciare da Taiwan, offrendosi come macro-esempio di stabilità in vista dell’incontro in calendario a maggio con Trump. Da questa parte del mondo, intanto, nei pesanti contraccolpi della crisi generata, sul piano energetico, economico, finanziario e della sicurezza? Non può bastare la perdita di credibilità dell’Amministrazione della Casa Bianca, attesa alle elezioni di Midterm a novembre, intanto contano i segnali. Il voto in Ungheria, dopo sedici anni, sembra consegnare l’era Orban all’epilogo. Dovremo attendere le prime ore del mattino per conoscere l’esito del voto che forse segnerà un cambio alla guida del paese. In piazza, però, dopo anni di vuoto, sono scese migliaia di persone, soprattutto giovani, finalmente i giovani, che sembra ovunque abbiano capito quanto conti prendere in mano il proprio destino. Atissima è l’affluenza alle urne. Si grida “Ruskik Haza!” – “Russi, a casa”, lo slogan nato contro l’occupazione sovietica del 1956, lo stesso adoperato nel 2022 per condannare l’aggressione russa contro l’Ucraina, questa volta viene rivolto contro Orban. L’Ucraina, costretta ad una guerra che è entrata nel quinto anno, in lui ha trovato il suo nemico eurpeo. Il sessantaquattrenne presidente, contiguo a Mosca, sente puzza di sconfitta e già parla di un complotto a suo danno, non si sa bene finanziato da chi. Per l’Europa, l’ostracismo di Budapest per troppo tempo è stata un’ipoteca pesante sulle proprie politiche di cambiamento. Sarebbe – ci si augura - finalmente un respiro di sollievo e un’apertura al futuro. Senza scuse. A cominciare dal nstro Paese.

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