La riflessione

I missili degli Ayatollah? Armi troppo potenti sulla testa degli ipocriti

Vincenzo D’Anna

Nemesis, secondo gli antichi Greci, era la dea della «giustizia distributiva» e della vendetta divina. Una bizzarra divinità che, ancora oggi, sembra possa intervenire nelle vicende degli esseri umani

Nemesis, secondo gli antichi Greci, era la dea della «giustizia distributiva» e della vendetta divina. Una bizzarra divinità che, ancora oggi, sembra possa intervenire nelle vicende degli esseri umani. Secondo la mitologia, questa divinità era incaricata di punire l'arroganza (hybris) degli uomini, ristabilendo l’equilibrio nel momento in cui un mortale superava i limiti imposti dalla tolleranza e dal senso di giustizia. La sua punizione poteva ricadere, come Nemesi storica, sui figli o sui potenti, chiamati a pagare per le colpe dei padri o per la stoltezza dell’agire dei loro predecessori.

Saranno stati sicuramente molti quelli che avranno pensato alla Nemesi nel momento in cui hanno saputo che due missili vettori intercontinentali, partiti dall’Iran, erano diretti a colpire la base militare anglo-americana di Diego Garcia, nel pieno dell’Oceano Indiano, a quattromila chilometri di distanza. Da quella base infatti partono i bombardieri Usa che, nelle ultime settimane, hanno colpito obiettivi sul suolo iraniano. Una gittata, quella dei missili degli Ayatollah, di gran lunga superiore rispetto a quanto ipotizzato in precedenza. Armi in grado di colpire territori anche molto distanti dal Medio Oriente, comprese diverse capitali europee. Un dato tecnico-militare che rivoluziona le stime sugli armamenti in possesso dei teocrati di Teheran e che, al contempo, modifica i ragionamenti politici e diplomatici finora sostenuti da molti governi occidentali. Il discorso cambia sostanzialmente: prima infatti si ragionava su un'ipotesi ritenuta remota, oggi invece bisogna confrontarsi con una prospettiva fattibile e concreta. Sia chiaro: non intendo trasformare aristotelicamente la potenza in atto, ossia affermare che sia imminente la possibilità ed il pericolo di essere colpiti dai missili iraniani, che l’Italia corra un pericolo imminente. Tuttavia poiché l’atto è più pericoloso della potenza, diventa necessario mettere in conto la necessità di proteggersi, secondo saggio principio di precauzione. Ed è proprio sulla precauzione, intesa come insieme di misure da adottare, che si svilupperà la discussione politica nei prossimi mesi.

Una discussione che non potrà avvalersi di espedienti o furbizie dialettiche, come quelle largamente utilizzate finora dai «pacifisti» ad oltranza, ossia da coloro che finora al minimo accenno di rafforzamento dei sistemi militari, hanno gridato allo scandalo, alla distrazione del pubblico danaro . Da mesi le opposizioni distribuiscono a chi sostiene il potenziamento della difesa militare del Paese, patenti di guerrafondaio e di bellicista, accusandolo di subalternità alla politica militarista di Donald Trump. Finora si sono sprecati epiteti ed accuse per denunciare la presunta acquiescenza, se non la tacita complicità , di Giorgia Meloni alla politica statunitense di espansione del proprio dominio, nonché quello di Israele in Terra Santa. In buona sostanza: si rimprovera alla nostra premier di non aver preso adeguatamente le distanze dalle operazioni militari promosse da Netanyahu e poi da Trump in Palestina, in Libano e infine in Iran.

Vasta è stata la schiera di opinionisti televisivi, giornalisti allineati ed ospiti di parte che nei vari talk show televisivi hanno elaborato ogni possibile tesi avverse agli interventi militari proferite accusa nei confronti del capo del governo italiano , consumato tutti gli epiteti possibili contro Trump in quanto artefice di un nuovo colonialismo e del vecchio imperialismo americano ed il sionismo israeliano. Oggi, però, di fronte alla concreta possibilità che un missile possa cadere sulle nostre teste, la scena si libera da molti artifici e menzogne dalla teoria che gli Ayatollah non disponessero di armamenti capaci di minacciare mezzo mondo, padroni di tecnologie avanzate, che nella buona sostanza la guerra mossa contro di loro era solo un volgare espediente per accaparrarsi il loro petrolio. Che tutto sommato non avessero i mezzi per colpire oltre la regione medio orientale. Che la loro potenza, già acquisita tutto sommato non fosse destinata a crescere.

Invece nelle mani dei Pasdaran e del clero che li guida ci sono armi sofisticate e potenti, un arsenale che doveva essere neutralizzato. Che l'Iran finanziasse e armasse gruppi armati nella regione era, del resto, un fatto noto, così come è evidente la difficoltà di ricondurre a ragionevolezza per via pacifica un regime che non esita a reprimere le proteste interne con estrema violenza, arrivando a massacrare migliaia di giovani e a praticare impiccagioni in pubblico. Se in quelle mani arrivasse l’opzione dell’uso dell’arma atomica il pericolo si rivelerebbe esiziale non solo per Israele ma per tutto l’Occidente. Ora che la minaccia potrebbe diventare diretta, non basteranno le intemerate di Schlein, Conte e Bonelli, né l’ironia di Bersani o i veleni di Travaglio per stare tranquilli e metterci al riparo. Se i missili dovessero davvero cadere, non ci basterà la consolazione di dire che avevamo ragione ne’ che la nemesi cadrebbe anche sulle teste degli imbelli degli ipocriti.

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