il commento

Violenze a scuola, la paura e il silenzio delle generazioni

Enzo Verrengia

Due minorenni, uno di tredici e uno di diciassette anni, che beneficiano per legge dell’anonimato, arroventano il tema della violenza nelle scuole

Due minorenni, uno di tredici e uno di diciassette anni, che beneficiano per legge dell’anonimato, arroventano il tema della violenza nelle scuole. Il primo è l’accoltellatore plurimo di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, l’altro viene dalla «tranquilla» Pescara, ma vive a Umbertide, Perugia. Quest’ultimo dà più preoccupazione, perché progettava una strage con suicidio, sul modello americano di quella realizzata a Columbine High School, Colorado, il 20 aprile 1999 da Eric Harris e Dylan Klebold, con tredici morti e ventiquattro feriti. Tre anni dopo, ispirò il film di Michael Moore Bowling for Columbine, sulla diffusione incontrollata di armi negli Stati Uniti. D’altronde, anche il bergamasco aveva intenzioni analoghe, non è pentito e pensava di uccidere perfino i genitori.

Il problema, importato in Italia come ampie porzioni di modalità di matrice americane, s’intreccia con l’aggressività che interessa le fasce d’età non ancora spuntate alla vita adulta. Viene in mente Giovannino Guareschi, che in Don Camillo e i giovani d’oggi, uscito postumo nel 1969, sbottava: «Più che una generazione è una degenerazione». Ma lui si riferiva all’onda del Sessantotto. Mentre gli Stati Uniti erano avanti di almeno un decennio sulla strada delle turbolenze adolescenziali. Si ricordino Gioventù bruciata (Rebel without a Cause), di Nicholas Ray, del 1955, tutto giocato sul bello e dannato Jim Stark, incarnato da James Dean, e West Side Story, (1961), di Jerome Robbins e Robert Wise.

Il secondo film, relegato a versione moderna dello shakespeariano Romeo e Giulietta, è in realtà un affresco delle guerre di strada che infestavano e infestano gli Stati Uniti a causa di strati giovanili abbandonati a se stessi. E a questo punto, trasponendo la questione nell’ambito scolastico, non si può tralasciare Il seme della violenza, il romanzo di Evan Hunter uscito nel 1954 e trasposto l’anno dopo nella pellicola di Richard Brooks, dove il professor Richard Dadier, interpretato da Glenn Ford, se la vede con una scolaresca di delinquenti minorili. A sua volta ripresi da Giorgio Scerbanenco in I ragazzi del massacro, il suo penultimo romanzo, portato sullo schermo dal regista foggiano Fernando Di Leo.

Lo stillicidio di aggressioni agli insegnanti tocca anche queste latitudini. A Bari, nel quartiere Libertà, una madre si scagliò contro l’insegnante rea di averle rimproverato la figlia per la condotta. La picchiatrice iniziò con un ceffone, facendo volare via gli occhiali alla vittima, poi le si avventò addosso, senza smettere se non con l’arrivo dei carabinieri, chiudendo su una minaccia: «Non la passerai liscia, ti faccio fuori».

Questa deriva risale a molto più in là del passato prossimo. Si prenda il Franti di De Amicis in Cuore. È la pecora nera della classe di cui da oltre un secolo si conoscono le vicissitudini di un anno scolastico. «Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata».

Il teppista fu promosso icona del ribellismo giovanile da Umberto Eco nel Diario minimo con quel saggio, Elogio di Franti, ironica difesa del ragazzo maledetto che non si piega all’autorità perché portatore di una carica rivoluzionaria. La stessa che in seguito sarebbe deragliata verso gli anni di piombo.

Oggi si aggiunge quel territorio inconoscibile che è la rete. Nel caso dell’aspirante stragista di Pescara, si sono scoperti i suoi legami con un gruppo neonazista che interagiva su Telegram. Il che mette in ballo un’ulteriore complicazione di Internet: i social. È emblematico il divieto imposto in Australia di accesso a questi circoli virtuali per quelli con meno di sedici anni. Altri Paesi stanno prendendo in considerazione misure analoghe.

Con l’avvento della connessione allargata subentra uno «spirito collegiale», come lo ha etichettato Paul Wallich sullo Scientific American. I dati rimbalzano da un computer all’altro finché giungono a destinazione. Qualcuno afferma che entrare in rete equivale a fare l’amore con sconosciuti. L’AIDS di Internet è la possibilità di contagio non solo da virus elettronici bensì da deviazioni della razionalità che possono fare presa sulle menti più giovani e sguarnite.

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