politica

Dalla Regione un nuovo Fondo minibond per le aziende pugliesi

Nicola Didonna

«L’atavico bancocentrismo delle imprese, che si traduce in pericolosa dipendenza, deve essere superato; lo chiede anche lo stesso sistema bancario ma le imprese sembrano comprenderlo ancora poco»

Dopo il «buona la prima», la Regione Puglia ha voluto replicare. E così con il nuovo bando dei Minibond ci riprova a cercare di educare le piccole e medie imprese ad utilizzare non solo i canali bancari per soddisfare le proprie esigenze finanziarie, ma anche il capitale di investitori istituzionali e professionali, che finanziano a proprio rischio e con risorse proprie. Perché il fine ultimo dei minibond per le imprese non è tanto reperire finanziamenti ad un costo competitivo quanto procurarsi l’opportunità di utilizzare una seconda «fonte di approvvigionamento» di finanza, oltre quella bancaria ed entrare in contatto con investitori istituzionali, per un primo passo nel mercato dei capitali.

L’atavico bancocentrismo delle imprese, che si traduce in pericolosa dipendenza, deve essere superato; lo chiede anche lo stesso sistema bancario ma le imprese sembrano comprenderlo ancora poco. Dopo la prima esperienza fatta nella vecchia programmazione dei fondi europei 14/20, conclusasi nel 2023 con 150 milioni di finanziamenti erogati a 39 imprese (circa una media di 4 milioni a operazione), sta per essere comunicato il nome dell’arranger vincitore del nuovo bando della programmazione 21/27. Con questo strumento immaginato per le imprese piccole, ma non tanto, e per le medie, la cassetta degli strumenti finanziari appare completa.

Per i finanziamenti bancari a sostegno di investimenti fino a 1,5 milioni o del capitale circolante fino 800 mila euro le imprese possono usufruire del supporto della garanzia dei 4 confidi che hanno avuto i fondi rischi; sembra in dirittura di arrivo una misura per finanziamenti fino a 50 mila che dovrebbe transitare tramite i confidi. Per finanziamenti da 2 a 10 milioni invece la Regione mette a disposizione 80 milioni per poter coprire le prime perdite di un portafoglio di 320 milioni di finanziamenti che dovranno essere erogati entro la fine del 2030 sotto forma di minibond con rimborso fino a 7 anni, di cui il primo di possibile preammortamento, per supportare programmi di ampliamento ed espansione.

Le imprese idonee dovranno avere determinate caratteristiche: a – dimensione, con fatturato non inferiore a 5 milioni; b – marginalità, con EBITDA pari almeno al 4% del fatturato; c – solidità, con rapporto fra Posizione Finanziaria Netta ed EBITDA inferiore a 5 e rapporto fra Posizione Finanziaria Netta e Patrimonio inferiore a 3,5.

Quelle ritenute idonee dall’arranger godranno anche di una sovvenzione diretta (fondo perduto) pari al 50% per abbattere i costi di emissione rappresentati da commissioni di strutturazione dell’arranger, costi per ottenimento rating da agenzia ECAI riconosciuta dall’ESMA, costi per ottenimento scoring ESG, certificazione ultimo bilancio, costi legali e notarili. Avranno anche la garanzia del 100% gratis sull’emissione del minibond nei limiti del plafond triennale di 300 mila euro disponibile per ogni impresa in regime di de minimis; in caso di insufficienza, per la parte eccedente, la garanzia sarà invece onerosa.

Certo qualche miglioramento si sarebbe potuto inserire. 1 – la size minima di 2 milioni si sarebbe potuta ridurre almeno ad 1 milione. Così il mercato servito sarebbe stato più ampio. Allo stato appare la più alta in Italia per esperienze simili insieme al Veneto e all’Emilia Romagna; la Lombardia e il Piemonte l’hanno prevista a 1,5 milioni mentre Lazio, Campania e Toscana ad 1 milione.

2 – gli arranger sarebbero potuti essere più d’uno, magari offrendo alle imprese un voucher. Perché individuare un solo arranger, peraltro di origine bancaria? Splittando gli 80 milioni in più lotti, come si è già fatto con il bando Equity Puglia sul venture capital, si sarebbe potuti aumentare il numero degli attori, l’offerta e la concorrenza a tutto favore delle imprese. Avrebbero potuto partecipare anche operatori finanziari che fanno dell’emissione di minibond la mission del proprio business.

3 – il contributo alla spesa sarebbe potuto essere in entità fissa piuttosto che percentuale del 50%. Questo avrebbe probabilmente contribuito a calmierare il costo dei servizi accessori all’emissione creando anche un mercato dei servizi e dato certezza dei voucher disponibili.

4 – la dimensione minima delle imprese sarebbe potuta essere ridotta da 5 a 3 milioni di fatturato per far crescere altre società che hanno bisogno di capitali alternativi a quelli bancari.

Peccato non aver colto queste occasioni per migliorare la seconda esperienza, facendo tesoro della prima. Resta l’indubbio merito di aver scelto di indicare la strada della disintermediazione del canale bancario alle imprese. Ora tocca alle imprese avviare il processo di crescita per potersi avvicinare al mercato dei capitali. Un passo alla volta.

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