il commento
La famiglia del bosco tra i limiti del diritto e il ricorso al buon senso
È uno dei casi giudiziari che ha fatto e che fa più discutere. In cui si intrecciano valutazioni giuridiche e considerazioni di matrice psicologica che, tuttavia, reclamano il ricorso alla categoria del buon senso
È uno dei casi giudiziari che ha fatto e che fa più discutere. Caso in cui si intrecciano valutazioni giuridiche e considerazioni di matrice psicologica che, tuttavia, reclamano il ricorso alla categoria del buon senso. Venerdì il Tribunale per i minorenni dell’Aquila, con un provvedimento definito urgente, ha disposto l’allontanamento della mamma della famiglia del bosco dalla struttura di Vasto. Si è dato seguito a questa decisione, nonostante le urla strazianti dei suoi figli, che molto probabilmente verranno trasferiti in un nuovo centro. I tre bimbi erano già stati separati dal padre e trasferiti fino a due giorni fa nella casa-famiglia di Vasto, dove potevano vedere la propria mamma, Catherine, ma solo in alcune fasce orarie della giornata.
I tre soggetti in età evolutiva (così vengono definiti dalla pedagogia bambini e adolescenti) d’ora in poi dovranno fare a meno delle due figure più importanti della propria vita: padre e madre. Da quando sul caso sono intervenuti servizi sociali e magistratura i bambini sono stati vaccinati, hanno avuto un’insegnante che garantisce loro il diritto all’istruzione, ma il Tribunale li ha privati del diritto ad avere accanto chi li ha procreati e chi si propone di essere per loro un naturale punto di riferimento, sebbene ciò avvenisse per il tramite di parametri discutibili, frutto di scelte non convenzionali che potevano essere riviste e mitigate.
L’unico interrogativo che ha senso porsi rispetto a questa vicenda, al centro del discorso pubblico e dell’attenzione mediatica già da molto tempo, è la seguente: qual è e come si persegue l’interesse primario dei minori? Nel tentativo di dare una risposta a tale domanda, va annotato che i giudici, in base ad una valutazione tecnica fatta dai servizi sociali, hanno riscontrato da parte della mamma una condotta oppositiva e ostile rispetto a chi aveva l’incarico di correggere uno stile di vita considerato in violazione alle normali modalità educative. Di più. I giudici hanno parlato di «presenza pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e l’educazione dei figli». Difficile entrare nel merito di tutti gli elementi fattuali posti a fondamento del teorema della «condotta oppositiva» e della «presenza pregiudizievole», poiché bisognerebbe leggere un insieme di documenti che riportino minuto per minuto tutto ciò che in queste settimane è accaduto nel centro di Vasto, ma una cosa non può essere sottaciuta. Come si fa a sottovalutare le ricadute psicologiche su bambini, padre e madre dei provvedimenti presi dalla magistratura? Si tratta di provvedimenti che, sebbene poggino su una formale volontà di tutela dei minori, finiscono per alterare la normale dinamica familiare e il rapporto tra genitori e figli. Una mamma si oppone a chi gli sta portando via i figli in base anzitutto al suo istinto genitoriale e poi nella speranza che tutto possa ritornare come prima e, dunque, che la famiglia possa ricongiungersi. E reagisce, anche eccessivamente, quando vede sfumare tale prospettiva, quando le viene contestata persino la legittimità di quest’aspirazione che matura nella parte più emozionale dell’essere umano.
È qui che la razionalità del diritto si scontra con la realtà che, in questo caso, affonda le proprie radici oltre che nella dimensione valutativa, come sempre intrisa di soggettivismo e relativismo, anche in quella più naturale e, dunque, più assolutistica. Perché i giudici non hanno tenuto nella giusta considerazione la parte finale della consulenza dei neuropsichiatri di Vasto nella quale si afferma che è urgente il ricongiungimento dei bambini con i propri genitori? Quando è arrivata la notizia dell’allontanamento dei tre bambini anche dalla mamma, Nathan e Catherine stavano per essere sottoposti all’ultima sessione di test predisposti per valutare la loro capacità genitoriale. Perché non si è aspettato l’esito di queste valutazioni, anziché procedere speditamente? La premier Meloni, che ha parlato di «decisioni dal chiaro tenore ideologico», ha affermato altresì che «i figli non sono dello Stato» e che la «magistratura pretende di sostituirsi ai genitori». Il tema è quello dell’individuazione dei limiti che la magistratura deve osservare per non far collidere la logica interpretativa delle norme giuridiche con le ragioni del cuore, ma anche per evitare la percezione di un accanimento giudiziario che giustamente agli occhi dei più appare come ingiusto. Il punto è proprio questo, più che quello ruotante intorno alle toghe politicizzate: tema di grande rilevanza, tuttavia, per la misurazione della qualità della democrazia. Non dimentichiamoci che a stigmatizzare la decisione dei giudici abruzzesi non è stata solo il Presidente del Consiglio, ma anche la Garante nazionale dell’infanzia, Marina Terragni, dunque la rappresentante di un’istituzione preposta dalla legge alla tutela su scala nazionale dei diritti dei minori. Era stata proprio lei a chiedere di sospendere il trasferimento di Catherine in attesa dell’acquisizione di un ulteriore approfondimento medico.
Da dove deriva allora tutta questa fretta dei giudici? Non si tratta di negare il diritto della magistratura ad applicare le leggi, ma di sottolineare il dovere di farlo contemperando tutte le esigenze in campo. Chi ricorda tutto questo non sta facendo ingerenze sull’operato della magistratura, la cui indipendenza e autonomia restano sacrosante. Sta solo evidenziando i paradossi legati ad orientamenti interpretativi che ignorano la complessità delle molte questioni in ballo quando al centro della valutazione ci sono minori.
L’obbligo dello Stato a garantire l’istruzione non può essere sovraordinato all’esigenza di non disgregare un’intera famiglia. Ipotesi quest’ultima che va sempre considerata come extrema ratio e come evoluzione di un presupposto oggettivo: l’impossibilità di procedere a soluzioni alternative. Tra il «bianco» del ripristino delle condizioni di vita nella casetta del bosco di Palmoli da parte di Nathan Travillion (da Bristol) e di sua moglie Catherine Birmingham (da Melbourne) e naturalmente dei loro tre figli cresciuti fino a quattro mesi fa all’insegna dell’essenzialità e dell’educazione rurale ed il «nero» della totale dissoluzione del nucleo familiare esistono tante sfumature di grigio. Peccato che non siano state percorse altre strade al di fuori di quella decisa dai giudici aquilani e peccato che il superiore interesse del minore sia stato fatto coincidere solo con l’opzione più estrema tra le tante a disposizione.
Occorre distinguere tra il «giusto», ovvero la dimensione umana e morale, e il «legale», ovvero la dimensione normativa. La decisione dei giudici deve muoversi in equilibrio tra questa condizione binaria, spesso dicotomica. L’equità non può essere solo formale. Deve essere anche sostanziale. In ambito di giustizia minorile ci sono dei principi che sono stati previsti dal legislatore al fine di contenere il pericolo di un eccesso di discrezionalità del giudice. Principi che si attuano attraverso la presenza di limiti procedurali e sostanziali, obbligando il magistrato a muoversi entro confini rigorosi. Esiste la «motivazione rafforzata», che appunto prevede la limitazione o l’interruzione dei rapporti tra genitori e figli, ma solo in casi estremi. Esiste la teoria della proporzionalità, in base alla quale ogni forma di «ingerenza» nella vita familiare, oltre ad essere normata in modo rigoroso, deve essere proporzionale all’obiettivo di protezione del minore da perseguire. Esiste, infine, la regola del contradditorio, in base alla quale la valutazione non deve avvenire in modo arbitrario o senza il coinvolgimento delle parti.
Kant diceva che il diritto è l’insieme di quelle condizioni che permettono alla libertà di ciascuno di conformarsi alla libertà di tutti. Forse per capire la vicenda della famiglia nel bosco, in tutti i suoi risvolti e con tutte le sue ricadute multidisciplinari, occorre ripartire da questa massima del filosofo tedesco. Massima che ruota intorno al riconoscimento dei limiti delle decisioni umane (giudici compresi) e alla necessità di farsi guidare dal buon senso. Che di certo non coincide con il senso comune.