l'analisi
Con i «maranza» abbattuto il divario tra Nord e Sud
La frattura non è più tra Milano e Bari. È dentro Milano, dentro Bari, dentro Taranto, dentro ogni città. La vera linea di confine del nostro tempo non è territoriale, è sociale.
Continuiamo a discutere del divario Nord-Sud come se fossimo ancora negli anni ’80. Parliamo di PIL, infrastrutture, fondi europei, autonomia differenziata, ma mentre guardiamo la cartina geografica il problema si sta spostando sotto i nostri occhi.
La frattura non è più tra Milano e Bari. È dentro Milano, dentro Bari, dentro Taranto, dentro ogni città. La vera linea di confine del nostro tempo non è territoriale, è sociale. Per decenni il Sud è stato raccontato come il luogo del ritardo, dell’assistenzialismo e delle occasioni mancate, mentre il Nord veniva descritto come locomotiva, modello, laboratorio di efficienza. Oggi quella lettura è obsoleta.
Milano, simbolo della modernità e della finanza, è anche teatro di degrado urbano, violenza giovanile, bande identitarie e tensioni etniche. L’opulenza convive con la rabbia, i grattacieli con periferie sempre più esplosive. Non è un’anomalia, è un modello destinato a replicarsi.
E il Sud non è affatto immune, è solo in ritardo cronologico.
Il nodo vero è l’integrazione fallita e il tema delle seconde generazioni. L’Europa ha parlato di coesione ma non ha governato l’immigrazione, ha accolto senza pianificare e distribuito fondi senza costruire un progetto culturale. La prima generazione ha lavorato, spesso in silenzio. Il problema è arrivato dopo.
Le seconde e terze generazioni, insieme a una quota crescente di giovani italiani marginalizzati, vivono in una condizione sospesa. Non appartengono fino in fondo alla cultura di origine ma non si sentono parte della società in cui crescono.
Da questa frattura nasce il fenomeno che viene liquidato con una parola superficiale, «maranza». Non è una moda né un’etichetta folkloristica. È un indicatore sociale, il sintomo di una mancata integrazione, di quartieri lasciati a sé stessi, di scuole che non riescono più a essere ascensore sociale, di famiglie fragili e di un welfare frammentato.
Mentre nei grandi centri del Nord il fenomeno è già visibile, nel Sud si finge che non sia un problema nostro.
Nel Mezzogiorno continuiamo a discutere di asili insufficienti, sanità al collasso, infrastrutture mancanti, fondi PNRR e autonomia differenziata. Sono temi reali, certo, ma stiamo ignorando la trasformazione più pericolosa, la mutazione del tessuto sociale urbano.
Le nostre città, anche quelle medie e piccole, diventeranno teatro delle stesse tensioni che oggi osserviamo altrove: occupazioni abusive, microcriminalità diffusa, bande giovanili identitarie, conflitti tra marginalità autoctona e marginalità immigrata, economia informale fuori controllo.
E quando questo accadrà i Comuni non avranno strumenti né risorse per intervenire.
I bilanci comunali sono fragili, i servizi sociali sotto organico, le politiche giovanili episodiche, la pianificazione urbanistica spesso miope. Pensare di risolvere tutto con un’ordinanza di sgombero o con qualche pattuglia in più è illusorio. È gestione dell’emergenza, non governo del fenomeno.
Il paradosso è che il Sud rischia di trovarsi a vivere un proprio «Sud del Sud», non più periferia rispetto al Nord ma periferia dentro sé stesso, una marginalità interna stratificata e potenzialmente esplosiva.
E la classe dirigente, nazionale e locale, continua a usare categorie del Novecento per spiegare problemi del XXI secolo.
Se non si interviene ora con una strategia nazionale seria sull’integrazione, con un investimento massiccio sulla scuola come presidio culturale, con politiche urbanistiche che evitino ghetti e concentrazioni sociali e con un welfare preventivo e non solo riparativo, il prezzo lo pagheranno proprio le città meridionali, che partono già con minori risorse strutturali.
La vera questione non è se il Sud sia ancora in ritardo rispetto al Nord. La vera domanda è se siamo pronti a governare la frattura sociale che sta arrivando.
Perché questa volta non basteranno fondi europei né rivendicazioni territoriali. Servirà visione politica. E oggi, onestamente, quella visione non si vede.