il commento
Giustizia, la lezione di «La panne» di Friedrich Dürrenmatt sulla verità costruita
Il dibattito sul nostro giornale dall’attualità di uno spettacolo che parla di giustizia e verità. Dopo Ugo Patroni Griffi e Massimo Melpignano proseguiamo con questo intervento di Gianni Sebastiano
Sta sviluppando un dibattito sul nostro giornale l’attualità di uno spettacolo che parla di giustizia e verità. Dopo Ugo Patroni Griffi, è intervenuto Massimo Melpignano e proseguiamo con questo intervento di Gianni Sebastiano. «La panne» di Friedrich Dürrenmatt va in scena al Kismet di Bari il 14 febbraio ore 21 e il 15 ore 18; mentre il 14 alle 18 si terrà il dibattito su «Colpa, verità e delitto», con Francesco Paolo Sisto, Geni Pontassuglia, Ugo Patroni Griffi, Paola Romano, Mariella Pappalepore (infotel 3358052211).
L’articolo che Ugo Patroni Griffi ha dedicato a La panne di Friedrich Dürrenmatt - in programmazione da sabato prossimo al Kismet di Bari - non è soltanto una riflessione teatrale di grande finezza. È anche un invito, forse implicito ma difficilmente eludibile, a interrogarci sul destino della verità nel nostro tempo. Accoglierlo significa provare a sostare nello spazio che il suo ragionamento apre, spingendosi appena oltre la dimensione letteraria per coglierne la portata civile.
Nel tribunale domestico immaginato da Dürrenmatt - come Patroni Griffi ci ha ricordato - non si cercano prove: si costruisce una coerenza. La cena diventa dibattimento e il protagonista viene lentamente guidato dentro una trama interpretativa che finisce per inglobarlo. Non è la forza del fatto a generare la colpa, ma la forza del racconto. L’accusa prende forma perché appare plausibile, ordinata, logicamente concatenata. Ed è proprio questa plausibilità a renderla insidiosa: ciò che è ben narrato tende a imporsi come vero.
È difficile non avvertire, in questa dinamica, una prossimità con la nostra condizione contemporanea. Se nel mondo di Dürrenmatt erano la pressione sociale e la retorica a fabbricare la verità, oggi disponiamo di tecnologie capaci di produrre rappresentazioni con una qualità e una velocità senza precedenti. L’intelligenza artificiale non moltiplica soltanto i contenuti: moltiplica il verosimile. Testi impeccabili, immagini credibili, voci indistinguibili da quelle reali introducono una trasformazione silenziosa ma profonda: non è più necessario che qualcosa sia accaduto perché possa apparire convincente.
Il punto non è cedere a un facile allarmismo. Ogni tecnologia amplia le possibilità umane, ma ogni ampliamento porta con sé una responsabilità nuova. Basta osservare quanto rapidamente una versione dei fatti possa consolidarsi nello spazio pubblico semplicemente perché circola e trova conferme nella propria diffusione.
In questo senso, il tribunale della panne smette di essere solo una metafora letteraria e diventa una figura interpretativa del presente. Anche oggi esiste una giuria invisibile - l’opinione pubblica - chiamata a deliberare in tempo reale, spesso prima che i fatti siano chiariti. Ma rispetto al passato c’è una differenza decisiva: il dispositivo che organizza il racconto non è più soltanto sociale o mediatico, è sempre più spesso algoritmico.
Il rischio più sottile non è tanto quello di essere ingannati, quanto quello di abituarci a un ambiente in cui la distinzione tra vero e verosimile perde progressivamente centralità. Quando tutto appare credibile, la verità smette di essere un processo - lento, imperfetto, ma garantito - e tende a trasformarsi in un esito competitivo tra versioni alternative.
Forse è proprio qui che la lezione di Dürrenmatt ritrova la sua forza più attuale. Se la verità può essere costruita, allora deve essere anche custodita. Non come dogma, ma come metodo: difendendo il confronto, il dubbio, la verifica, in un tempo che privilegia la rapidità del giudizio. Ogni epoca ha i suoi tribunali invisibili; il nostro ha anche macchine capaci di parlare con precisione irreprensibile. Per questa ragione, più che temere la fine della verità, dovremmo preoccuparci della tenuta delle condizioni che la rendono riconoscibile. Perché la verità, prima ancora di essere un risultato, resta un esercizio collettivo di responsabilità.