società
Contro i germi dell’odio raccontiamo ai giovani la storia delle BR
Ci siamo andati molto vicino, l’altro ieri, a replicare un copione che pensavamo di aver seppellito col secolo che ci siamo lasciati alle spalle...
Inutile negarlo. Le immagini del poliziotto isolato, costretto a terra, che cerca di proteggersi la testa mentre continua a subire calci, pugni e l’inizio di un attacco a colpi di martello da parte di nerovestiti incappucciati è stato un déjà-vu che ha bucato schermi e coscienze. Il video viene rilanciato ininterrottamente da ventiquattr’ore su tutti i social, se ne parla ovunque. E meno male. Vuol dire che siamo vaccinati e che, quindi, il nostro corpo nazionale reagisce. Buon segno.
Le ragioni sono presto dette. Per chi è nato e cresciuto negli anni terribili della notte della Repubblica (gli anni Settanta del secolo scorso), quelle immagini sono uno schiaffo che ci sveglia definitivamente dal torpore col quale da mesi seguiamo il dibattito sugli sgomberi dei centri sociali per il ripristino della legalità perduta in gran parte di quei non-luoghi. La prova della bontà dell’azione governativa l’ha data Torino, già il 28 novembre scorso, laddove è successo qualcosa che è valso come uno spartiacque della storia. Anche lì un gruppo di nerovestiti incappucciati ha forzato una porta taglia-fiamma, strappato scorrevoli a vetri e brutalizzato una redazione giornalistica. Marcando il territorio con un messaggio inquietante: vi colpiamo quando vogliamo. E come vogliamo.
Avantieri, ancora a Torino, un’altra scena del sequel: una galassia di violenti insegue lo scontro, minaccia, assalta. È armata. Inevitabile pensare, davanti a quelle immagini, alla notte della Repubblica fatta di terrorismo rosso oltreché di terrorismo nero e dei torbidi intrecci fra l’uno e l’altro. E tutto mosse da Genova (ve lo ricordate?) per la forza di una guerriglia scatenata anche dai palazzi dell’Università contro le istituzioni democratiche e contro lo Stato di diritto.
Ieri Genova. Oggi Torino.
Cambia la città, non muta il copione. Né la matrice originaria: una miscela di ribellismo, comunitarismo, terzomondismo alla disperata ricerca di nuovi argomenti per giustificare l’odio contro lo Stato di diritto. Con l’Università occupata e la maggioranza degli studenti impediti a fare ciò che vogliono fare: studiare in pace. E lo Stato lì, rappresentato da un poliziotto inerme, uno contro dieci, ferito alle spalle da un martello e il casco che gli vola. E quel martello che poteva arrivare dieci centimetri più su...
Ci siamo andati molto vicino, l’altro ieri, a replicare un copione che pensavamo di aver seppellito col secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Un secolo in cui PPP nei versi della poesia Il Pci ai giovani, scriveva «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano».
Come parlare in classe agli studenti dei fatti di Torino e dello sgombero del centro sociale Askatasuna? Inizierei dicendo che non si possono affrontare persone che si considerano in guerra con gli Stati ed i loro servitori trattandole come se fossero manifestanti civili. Perché non lo sono. E se ragioniamo così, vuol dire non abbiamo capito nulla di quello che è successo a Torino il 28 novembre prima, il 30 gennaio ora. E porterei in classe un bellissimo libro di Sergio Luzzatto, Dolore e furore, che racconta la biografia di Riccardo Dura, capocolonna a Genova negli anni sanguinosamente ruggenti del terrorismo rosso. In quella biografia c’è, manzonianamente parlando, il sugo di tutta la storia. Una storia fallita, per nostra fortuna. Con la maggioranza degli italiani vaccinati e, per questo, capaci di riconoscere i sintomi della malattia. Ma coi giovanissimi è diverso. A loro questa storia non dobbiamo stancarci di raccontarla perché non la conoscono in tutta la sua profondità e verità. E, anche se i vaccini aiutano, le ricadute sono sempre possibili.