l'analisi

Da Gaza a Minneapolis vanno in scena i quesiti sui nostri anni feroci

Gino Dato

È possibile normalizzare la crudeltà? Possiamo vestire un altro abito che non sia l'umanità? È lecito e giusto masticare e sputare un veleno che non sia la parola?

È possibile normalizzare la crudeltà? Possiamo vestire un altro abito che non sia l'umanità? È lecito e giusto masticare e sputare un veleno che non sia la parola? In Ucraina, come a Gaza, come in Venezuela, come a Minneapolis o a Chicago, in una catena che avvince ogni angolo del mondo, i quesiti sulla torsione di ferocia dei nostri anni vanno in scena.

E non ci si illuda dell’intenso cordoglio per la strage di Crans-Montana. Nel turbolento avvio del 2026 la disumanità è la nota che uniforma e con più angoscia rimanda a un futuro che non vediamo e che inerzia mista a violenza impongono.

Angosciata allo spettacolo che si ripete è la generazione che aveva intorno ai 15-30 anni nel fatidico 68. Ma anche attonita è la generazione forgiata nel benessere scaturito dalle rovine della guerra. Come pure quella che, man mano che avanzavano i tempi della storia, riscriveva le clausole di una pace mondiale sortita dalla guerra fredda e poi, ancora, faceva a pezzi i resti dell'imperialismo sia americano che sovietico.

Un caleidoscopio di popoli che è potuto avanzare nell'ambizione di raggiungere un necessario equilibrio dei poteri e delle potenze, che ha visto disgregarsi la sopraffazione e avanzare un barlume di pace sulle rovine della guerra.

Costoro oggi, frastornati e tramortiti da colpi di scena impensabili, si pongono una serie di domande che forse sono anche superate: che cosa è la pace? E che cosa è la guerra? Che cosa è il potere? Che cosa è la potenza? Che cosa è il benessere? Che cosa, infine, la felicità? Quesiti umani, staremmo per dire, in un mondo che di umano conserva solo il ricordo e, forse, l'affezione.

Sono domande alle quali abbiamo provato a rispondere per esempio introducendo dei paletti contro l'arbitrio assoluto degli Stati che si sono industriati alla creazione di organizzazioni e trattati che non hanno certo spento tutti i focolai ma almeno sopito le fiamme.

Ed ancora, che cosa sono la pace e la guerra se oggi sembrano essere derubricati proprio da un qualsivoglia manuale della felicità per divenire i quesiti più angosciosi del nostro presente. Guerra e pace coesistono ma si azzerano nei termini di una umanità che le persegue. Ma se questa umanità modifica il tenore delle relazioni interpersonali e planetarie spazzando via coesistenza e piacere lo stesso dizionario essenziale va riscritto.

Generazioni infelici, dunque, perché si trovano tra i piedi capi di Stato che sono bulli impazziti che dal cortile gridano "questa è casa mia". Non solo. Ma che si fiondano anche nelle masserie di altre nazioni razziando i beni altrui e imponendo l'aggressione.

E la storia delle invasioni e del politicamente scorretto non serve a frenare istinti belluini. Sulla scacchiera del mondo i potenti si aggiudicano posizioni di privilegio vantando il credito della forza bruta ma anche del denaro e della diplomazia.

Questi rigurgiti di neoimperialismo e neocolonialismo non trovano un freno nel consesso dei grandi, impegnati ciascuno nella esibizione di grandeur più che nella composizione ragionevole di un solidale invito a temperare l'uso dell'arbitrio.

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