politica
Piano Mattei, strategie e Mediterraneo nella politica estera
Il proposito ambizioso è di diventare un modello di cooperazione internazionale per altri paesi europei e di trasformare il Piano Mattei in un Piano Mattei europeo
Nell’ambito delle tre direttrici fondamentali della politica estera dell’Italia repubblicana, Atlantismo, Europeismo e proiezione mediterranea, il Piano Mattei costruisce un nuovo approccio al Mediterraneo allargato e all’Africa. Lanciato dal governo Meloni nel corso del vertice Italia – Africa a Roma nel gennaio 2024, s’ispira all’intuizione fortunata di Enrico Mattei tesa alla promozione di rapporti più equi nord-sud e aggiunge finalità interne significative per l’Italia. Negli anni ’50, questo approccio consentiva all’Eni di rompere l’oligopolio delle grandi compagnie petrolifere statunitensi, con accordi più vantaggiosi per i paesi produttori, e di ritagliare uno spazio di azione significativo per la politica estera della Repubblica.
Il Piano Mattei propone «partenariati su base paritaria», ispirati «alla pari dignità e rispetto», alla reciprocità e alla libertà di autodeterminazione «superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche» (dal sito del governo). L’ambizione è di trasformare l’Italia in un hub energetico e logistico tra Europa e Africa e di «imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano» (ndr). Per l’Italia, sul piano interno, l’obiettivo è un impatto positivo sulla lotta all’immigrazione clandestina e una diversificazione nell’approvvigionamento energetico.
Nel corso della conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha espresso maggiore soddisfazione proprio per i risultati raggiunti su questo progetto strategico, rivendicando con orgoglio l’efficacia del lavoro svolto e la «gratitudine verso l'Italia» dei Paesi beneficiari, che apprezzano «l'approccio non paternalistico o caritatevole alla cooperazione internazionale». Utilizzando fondi pubblici per circa 5,5 miliardi di euro derivanti dagli stanziamenti per il clima e dalla cooperazione allo sviluppo, e ricorrendo a partnership pubblico-privato, il piano si trova in una fase operativa avanzata. Complessivamente, i settori di intervento sono ampi e possono raggrupparsi in energia, formazione professionale e ricerca, agricoltura e sicurezza alimentare, infrastrutture fisiche e digitali, salute e lotta al terrorismo. Tra i progetti pilota, selezionati tra iniziative concrete di immediata realizzazione e impatto, si menzionano il Corridoio di Lobito, una infrastruttura che collega Angola, Zambia e Repubblica Democratica del Congo, la filiera dei biocarburanti e della geotermia in Kenya, i progetti sulla filiera del caffè in diversi paesi, gli impianti di agricoltura desertica in Algeria, il Cavo Blue Raman che estende una rete di telecomunicazioni sottomarine tra India ed Europa verso l'Africa orientale, una scuola di ospitalità ad Hurghada in Egitto e alcuni progetti di istruzione in Costa d’Avorio.
L’ampiezza delle materie trattate e la numerosità crescente dei beneficiari (inizialmente 9, cresciuti a 14 con la previsione ulteriori allargamenti) hanno portato alla scelta di dedicare il 2025 all’internazionalizzazione, al fine di temperare il limite strutturale della limitatezza delle risorse. In tale ambito, si sono sviluppate sinergie con il Global Gateway Africa – Europe, una piattaforma permanente per armonizzare gli investimenti in ambito Ue e diverse partnership sono state stipulate con le maggiori istituzioni finanziare, come con la Banca Mondiale e l’African Develpment Bank. Anche la presidenza italiana del G7 ha contribuito a concentrare l’attenzione sul progetto. A che punto siamo oggi?. Autorevoli think thank come l’Ispi e la galassia delle Ong osservano che il Piano presenta ancora alcune criticità irrisolte, pur riconoscendo che le realizzazioni dei primi due anni hanno vinto le diffidenze pregiudiziali di alcuni attori, come il mancato coinvolgimento in fase di progettazione dei paesi africani, sottolineato da Moussa Faki, Presidente dell’Organizzazione degli Stati Africani. Nonostante l’accentramento della Cabina di Regia, l’annoso problema della scarsa trasparenza, che tanta parte ha avuto nel fallimento della politica di aiuti allo sviluppo nella Prima Repubblica, continua a persistere. Manca ad esempio un sito che conteggi tutti i progetti e che indichi lo stato di avanzamento dei lavori.
Inoltre, il sistema della PMI ha serie difficoltà a beneficiare degli stanziamenti e diversi progetti sono stati bocciati; il piano si presenta piuttosto come una piattaforma soprattutto per gli addetti ai lavori e per le grandi aziende partecipate.
Il Presidente del consiglio conferma il valore strategico del progetto per il governo, impegnandosi in prima persona, rilanciando l'organizzazione di un nuovo Summit Italia-Africa in Etiopia durante l’anno e attribuendo un ruolo sempre più centrale alla cabina di regia presso la Presidenza del consiglio. Quest’ultima ha il compito di coordinare i ministeri, le agenzie (Ice, Sace, Simest) e le grandi aziende partecipate (Eni e Terna). Il 2026 dovrà essere l’anno della realizzazione di molte opere. Il perno del ragionamento di Giorgia Meloni, sul quale chiede di essere giudicata, è la capacità di scegliere dove allocare le ricorse scarse sui progetti ritenuti più seri, o più seri che in passato. Il proposito ambizioso è di diventare un modello di cooperazione internazionale per altri paesi europei e di trasformare il Piano Mattei in un Piano Mattei europeo.