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Da Trump fino all’ex Ilva, se l’indignazione è la risposta minima

Da Trump fino all’ex Ilva, se l’indignazione è la risposta minima

 
Lino Patruno

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Lino Patruno

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Per cosa mi indigno oggi? Quando ti accingi a scrivere un articolo di denuncia, devi decidere chi non compiacere (senza necessità di dispiacere, evitando le parole armate delle quali parla papa Leone)

Venerdì 01 Agosto 2025, 13:00

Per cosa mi indigno oggi? Quando ti accingi a scrivere un articolo di denuncia, devi decidere chi non compiacere (senza necessità di dispiacere, evitando le parole armate delle quali parla papa Leone). Dovresti farlo secondo la regola aurea del giornalismo: un fatto, una persona, un concetto a volta, altrimenti si fa solo confusione e dispersione. Ma può capitarti un momento di quelli «dove andremo a finire?» come l’attuale, la domanda di chi si vede sballottato inerme dalla cronaca e dice «basta, non voglio sentire più niente». Domanda cui l’irrompere di un Trump nelle nostre vite ha riempito di una rabbia peggio della sconfitta della squadra del cuore.

Vedi questa questione dell’accordo sui dazi. Accordo che è una parola tanto disarmata da somigliare a una resa, quale è. Col capolavoro di non osare toccare neanche con un F 24 quelle Amazon&C. che ci stanno distruggendo. Se tu un bullo lo fai crescere fino a farlo diventare grande, non lo fermi più. E infatti l’anima bella dell’Europa ha creduto di poterlo domare senza una secca e tempestiva scudisciata alla prima bullata. Così il tipo è andato avanti sempre più gonfio e tronfio, con una arroganza pari solo all’insulsaggine dei suoi argomenti. Tipo quello secondo cui l’Europa ha sempre approfittato dell’America, anzi la ha rapinata. Bisognava ricordargli i tempi degli Amerikani, i tempi dell’Imperialismo Yankee sui muri delle città. Quelli nei quali l’arrivo di una insegna della CocaCola anche nel deserto segnava non solo l’assoggettamento economico ma anche quello culturale di un Paese. Un assoggettamento che si traduceva poi in prodotti e in modo di pensare. A furia di vedere in tv le loro villette col piccolo prato e il macchinone davanti, ti dimettevi da Spinazzola o Cisternino.

Il direttore Mazza ha detto qualche giorno fa tutto ciò che c’era da dire ad altri bulli, quelli che sotto la bandiera dell’ambientalismo vorrebbero ibernare il mondo in una campana. Una asfissia del tutto pari a quella dei loro neuroni. L’Ilva di Taranto, nel caso specifico. Il loro eliminiamo tutto a cominciare dalla fabbrica, lasciava in alternativa un desiderio di mondo immacolato nel quale nutrirsi con miele che sarebbe sceso dal cielo. Spaccando in due una città che aveva e ha bisogno (appunto) più di parole di pace che di guerra continua. Aveva e ha bisogno più di concretezza possibile che di sogni impossibili. Aveva e ha bisogno più di cucitura che di strappi. Aveva e ha bisogno più di buonsenso sia pure faticoso che di utopie a basso costo.

Si è tanto parlato (giustamente) contro il carbone che opporsi ora al suo sostituto configura un caso schizofrenico di scuola. Il dopo-carbone proposto e raggiunto dopo decenni di ansia (e di morti) non è il meglio ma nemmeno il meno peggio. Però conta soprattutto non lasciar passare un altro treno che, come canta Fiorella Mannoia, chissà quando tornerà. Ma l’ambientalismo puro e duro si giocherebbe molto più di questo sul falò delle sue vanità.

Nello scrivere un fondo impossibilitato a scegliere un’unica indignazione, ti dovresti indignare della situazione di Bari. Il caro sindaco Leccese mostra il garbo di volercela mettere tutta. Ma anche lui non dovrebbe aspettare il primo colpo del bullo. Bari turistica è una città sporca, detto dai turisti che non votano qui ma raccontano al ritorno a casa. A cominciare dai cassonetti della spazzatura che campeggiano a bocca aperta al sole, con tanto di scie e lordura attorno. Ma anche lo sconcerto nel vedere lavare solo le piazze Mercantile e Ferrarese. Essendo chiaro che vengono prima i baresi sporcaccioni e poi chi dovrebbe pulire e non lo fa come dovrebbe. Ma i marciapiedi senza una falciatura, sono un tentativo di città-giardino? E i teppisti non soltanto di Pane e Pomodoro, devono essere ancora la moneta cattiva che scaccia quella buona? Le telecamere e le luci sono l’abc della sicurezza, non un rimedio a tumulazione avvenuta. La sensazione è che si rincorra invece di anticipare. E non si può stare una vita a battibeccare con una movida che forse ha bisogno più di decisioni che di trattative. Facile a dirsi, d’accordo sindaco, ma i ruoli sono quelli.

Mini-indignazione finale per questo nuovo ospedale di Fasano-Monopoli, inaugurato nel deserto di medici e pazienti inesistenti e che dovrebbero essere forniti dopo. Talché chiedersi se la fretta non avesse più ragioni elettorali che di servizio al territorio. Dice: si doveva aspettare quando ci sarebbero stati. Incombendo però i cattivi esempi di tanti ospedali, e scuole, e centri congressi costruiti e abbandonati, e senza neanche essere inaugurati. E con quello di un Sud costretto a rinunciare agli asili nido pubblici perché poi il personale chi ce lo dà? Nella logica molto forzatamente meridionale del meglio feriti che morti, si spera che questo ospedale con tanto di nastro tagliato più che di letti occupati, sia più un appuntamento rinviato che uno spreco annunciato. Prossima indignazione all’erta.

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