L'analisi
Tra Sunniti e Sciiti quella dicotomia che divide gli islamici
Comprendere cosa stia accadendo in Siria, percorrendo quanto da ormai più di un anno infiamma il Medio Oriente, significa addentrarsi nel mondo islamico cogliendone l’essenziale dicotomia
Comprendere cosa stia accadendo in Siria, percorrendo quanto da ormai più di un anno infiamma il Medio Oriente, significa addentrarsi nel mondo islamico cogliendone l’essenziale dicotomia: i Sunniti e gli Stati in cui la loro presenza è maggioritaria; e, dall’altro lato, contrapposti, gli Sciiti e quegli Stati in cui lo sciismo prevale e governa, cioè Iran, Libano, Siria, Yemen, e, un tempo, parte dell’Iraq. Per sommi capi si può affermare che i Sunniti siano invece presenti in quasi tutti gli altri Stati del Medio Oriente, come pure la Turchia di Erdogan e il Nord Africa. La dottrina sunnita consiste nel derivare da una stretta osservanza della seconda fonte della legge islamica (la Sunna, che assume anche il significato di consuetudine, costume) nonché dalla tradizione del Profeta e della Comunità islamica, il fondamento di fede mussulmana che si basa innanzitutto su una corretta interpretazione della Sharia e sui cosiddetti cinque pilastri dell’Islam. La Sharia comprende il Testo Sacro dell’Islam, cioè il Corano, la Sunna, raccolta dei comportamenti del Profeta tramandati dalla tradizione, unita agli Hadith, racconti, aneddoti dei primissimi seguaci mussulmani.
Tutto ciò costituisce un corpus teologico e giuridico della dottrina islamica, che è un patrimonio condiviso anche dallo Sciismo, sebbene le interpretazioni si differenzino. Gli Sciiti, considerati dai Sunniti una setta (shīʿat ʿAlī), o fazione di Alì, genero e cugino del Profeta, contestano il fondamento del Sunnismo, secondo cui si ritiene il Califfo (successore) suprema guida dell’Islam. La domanda, infatti, che dalla morte del Profeta, avvenuta nel 632 d.C., percuote il mondo islamico dividendolo in fazioni e opposizioni dottrinarie, è sempre la stessa: chi avrebbe dovuto guidare l’Islam, cioè tutto il mondo mussulmano, dalla morte del Profeta in poi? Per i Sunniti è il Califfo che va nominato dalla Umma, cioè dalla comunità islamica; mentre per gli Sciiti, a guida e a capo dell’Islam, è l’Imàm. L’Imàm, però, deve essere in stretta discendenza dinastica e parentale con il Profeta, attraverso sua figlia Fatima e il cugino del Profeta, Alī ibn Abī Tālib. Alla morte del Profeta accadde che un gruppo di musulmani si fosse radunato attorno ad Ali, ritenendo che il Califfato e l’Imamatogli spettassero entrambi di diritto in ragione del suo grado di parentela con il Profeta. Quei mussulmani, primi seguaci, infatti, preconizzavano che la leadership della comunità spettasse alla famiglia del Profeta ed alla sua discendenza, e non ad una elezione. Di qui la profonda e insanabile divisione.
Al di là della comune e particolare venerazione nei confronti dei primi 12 Imàm, gli Sciiti si sono poi divaricati in quarantadue orientamenti teologici e itinerari dottrinali; a ciò bisogna aggiungere le Scuole giuridiche Islamiche e le scuole Teologiche Islamiche, ognuna con proprie posizioni dottrinali ed ermeneutiche, a seconda degli Imàm riconosciuti. Le loro dottrine principali vengono tutte essenzialmente elaborate intorno alla teoria dell’Imamato e del Mahdì, che sarebbe «il Ben Guidato da Dio», e che a sua volta ha lasciato nascere una dottrina denominata appunto mahdismo. Le rivalità preesistenti nel mondo arabo - che trovarono soluzione nell’Islam - furono all’origine di molte delle sette islamiche che sorsero dal VII secolo d. C., trascinatesi sin ad oggi in un numero delle volte indeterminato di fazioni e gruppi, in lotta fra loro anche per un piccolissimo spazio territoriale, rendendo la comprensione delle vicende o la loro esatta ricostruzione estremamente difficile, se non impossibile.
Sciismo e Sunnismo sono stati nel tempo esposti a continue fazioni riflettenti il carattere tribale della società musulmana; neppure si può considerare l’Islam come monolitico: l’Islam è un conglomerato di comunità che si rifanno al Corano, interpretandolo in forme a volte molto diverse le une dalle altre, anche perché il Corano rimane la prima delle fonti giuridiche cui riferirsi. Gli Sciiti, quindi, in lotta attualmente per la loro libertà dai Sunniti, che hanno invaso nuovamente la Siria, sono quegli antichi seguaci del Partito di Ali, cugino e genero del Profeta, nonché quarto califfo dell’Islam, considerato unico successore legittimo del Profeta alla guida della Comunità islamica (Umma). Gli Sciiti, infatti, ritengono usurpatori i tre califfi precedenti al cugino del Profeta, califfi che sono invece riconosciuti legittimi dai Sunniti e, con essi, sono riconosciuti legittimi anche i fondatori della dinastia Omayyade siriana, detentori del Califfato, ma a sua volta in contrasto con il Profeta e con gli stessi Sciiti.
Peraltro già dal VII secolo d.C. la Siria è stata un territorio di scontri e di reciproche contese territoriali: gli Sciiti ritengono che a guidare l’Islam ci sia non un successore, nominato dalla comunità per le sue particolari doti di leader, bensì un Imàm che, appartenente alla famiglia di Ali, sarebbe dotato di potere temporale e spirituale, custodendo il sapere religioso e guidando gli uomini sul retto sentiero. Chiunque affronti seriamente la dottrina teologica islamica, non avrà difficoltà a riconoscere nell’Imamato un fondamento imprescindibile della religione islamica, come, allo stesso modo, nell’Islam si riconosce, solo alla profezia, l’attenzione che il Signore dell’Universo ha nei confronti del creato, e ciò implica che Dio guidi ogni Sua creatura verso il raggiungimento della propria perfezione. D’altronde poiché la beatitudine dell’uomo viene ottenuta attraverso l’arbitrio e la volontà, la guida destinata da Dio all’essere umano dovrà realizzarsi attraverso l’invio delle religioni per mezzo dei profeti, affinché l’uomo non abbia più alcun pretesto per giustificare, dinanzi a Dio, il suo errato comportamento (Corano, IV, 165). Secondo gli Sciiti questo versetto fa comprendere che il Profeta, dopo la sua morte, venga sostituito da Dio con una persona che possieda il suo stesso grado di perfezione, affinché possa come lui custodire il sapere e i precetti della religione islamica e accompagnare gli uomini sul retto sentiero. Senza tale guida il programma di cammino universale verrebbe scombinato e l’uomo avrebbe delle scusanti per giustificare le sue colpe. Da qui deriva che l’idea centrale della pietà coranica sia relativizzata ad un’attesa del giudizio (Corano, Sura II, 18- 20), fattore che si riscontra anche nell’omiletica siriaca di origine copta. In maniera similare all’Antico Testamento, nell’Islam Dio è irrivelato e nessuno può dirsi o farsi figlio di Dio, una concezione che Cristo svolgerà rivelandosi agli uomini come Lui nel Padre e il Padre in Lui (Gv, 14, 8-11) permettendoci la filiazione divina. L’Islam, tuttavia, non è solo religione, è anche un sistema culturale, politico, tradizionale e sociale, sino a divenire un assetto di potere che può assumere contorni ideologici, molto complessi ed articolati. Essendo l’Islam una civiltà fondata sul monoteismo, detta regole di tipo spirituale e temporale, dando vita ad un ordinamento giuridico di ispirazione sacra, in una teocrazia al cui interno la forma di governo è di tipo autoritario. Dal punto di vista più strettamente giuridico l’Islam si presenta come un ordinamento con delle caratteristiche molto particolari, in gran parte estranee ai sistemi giuridici occidentali.