La testimonianza

Omicidio in discoteca, anche il dj ha avuto paura: «Ho provato disgusto per quello che hanno fatto»

Paolo A. Malerba

Valerio Di Zanni in arte Deeza era in console durante gli spari che hanno ucciso Filippo Scavo: «E' stata una brutta botta emotiva, ho un dolore quando ci penso»

Doveva essere una notte di musica, speciale, la prima della nuova stagione estiva. Luci, volti, leggerezza, sorrisi. Il tempo che scorre seguendo il ritmo, senza pensieri. Poi, all’improvviso, qualcosa si spezza. E al posto della musica resta un silenzio difficile da raccontare, insieme a una ferita che non si rimargina. È ancora profondamente scosso Valerio Di Zanni, in arte Deeza DJ, originario di Corato, che nella notte tra sabato e domenica era alla consolle del Divine Club (già Divine Follie) di Bisceglie quando, intorno alle 3:55, si è consumata la tragedia costata la vita al 42enne Filippo Scavo.

Le sue parole non cercano spazio né visibilità. Nascono, piuttosto, da un bisogno umano e delicato di condividere ciò che ha vissuto. Aveva iniziato a suonare da poco, intorno alle 2.00. Era concentrato, immerso nella musica e nella pista. Nel momento in cui hanno cominciato a sparare non si è accorto di nulla: gli auricolari, il lavoro, l’abitudine a isolarsi per tenere il ritmo. Poi, all’improvviso, qualcosa cambia. Dalla pista un ragazzo fa cenno, gli sguardi si incrociano, la consolle si spegne. E in quell’istante la notte cambia volto.

«Quello che è accaduto sabato mi ha stravolto. Tutt’ora non credo di sentirmi bene. È una brutta botta emotiva, difficile da metabolizzare per me. Mi sono sentito sudicio, ho provato disgusto per quello che stava facendo sulla scena di un crimine, anche se chiunque mi ripete che io non c’entro niente. Ho sposato una causa: portare la festa nel cuore delle persone con la mia musica, e proprio sul più bello, proprio durante il mio spettacolo preparato con cura, è successo l’impensabile».

Parole che raccontano un dolore, un peso che ti resta dentro. La sensazione di trovarsi, senza volerlo, dentro qualcosa che non appartiene alla musica, né alla notte che aveva immaginato.

«Ho letto che si sarebbe trattato di un “regolamento di conti”. Potevate risolvere tutto a casa vostra, nel vostro condominio, non a casa mia, non con la mia musica, con la mia crew, con la mia gente. Gli atti di sopraffazione, le prove di crudeltà hanno bisogno di un palcoscenico per fare scalpore e loro hanno utilizzato un palcoscenico costruito per condividere gioia, divertimento, sentimenti di amicizia ed empatia . Adesso i proprietari, i gestori, i tecnici, gli addetti sono devastati. E io con loro».

È un dolore che si allarga, che non resta individuale ma diventa condiviso, quasi corale. La comunità è sconvolta, ferita, in un luogo che dovrebbe essere solo svago.

«Grazie per i messaggi di incoraggiamento, di rassicurazione, di affetto, di stima. Grazie per esservi preoccupati per me e per noi: stiamo bene, sto bene. Ho una dolore dentro che si riaccende quando penso a tutto quell’orrore. Ora cercherò di ricaricare la batteria aspettando di potervi riabbracciare: nos vemos pronto familia».

Resta, nelle sue parole, il segno di una notte che ha cambiato tutto per chi, da un palco, si è ritrovato improvvisamente a fare i conti con la fragilità delle cose, con il confine sottile tra normalità e tragedia.

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