Mercoledì 12 Dicembre 2018 | 08:23

 

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Intervista

Gennaro Nunziante

Il migliore di sempre? Gianluca Zambrotta

Gennaro Nunziante , il calcio e il Bari

Gennaro Nunziante, il calcio e il Bari tra amarcord e una visione sociale del gioco più amato al mondo: un diario sentimentale che va dalle piazzette di periferia con una maglietta arancione e scarpini improvvisati allo stadio Della Vittoria, passando per un poster di Boninsegna, il gol di Bergossi contro il Lecce, l’elogio di Zambrotta e Serena, fino all’anticipazione del progetto di un film su Diego Milito.

Il regista, dopo i record di incassi registrati in questi anni con i film di Luca Medici in arte Checco Zalone, è tornato nelle sale per proporre “Il vegetale”, esordio cinematografico di Fabio Rovazzi, definita dal settimanale “Sette” “una brillante satira romantica sui nuovi mali dell’Italia”.

Nunziante, per la teologa tedesca Dorothee Solle, la felicità di un bambino è riassumibile, come racconta lo scrittore sudamericano Eduardo Galeano, così: “Gli darei un pallone per farlo giocare”. Cosa rappresenta nel suo immaginario il calcio?

«Felicità è una parola immensa, non la considero di questo mondo, contentezza va meglio. Il calcio è stato lo sport col quale mi sono introdotto nella comunità di ragazzi al quartiere Libertà, tutti figli di operai col sogno di diventare calciatori, e Claudio De Tommasi riuscì, fortissimo, ho sempre tifato per lui».

Non è solo uno sport. È anche uno degli strumenti per conoscere l’animo umano?

«Giocando a calcio un uomo si mostra per quello che è. Rivela generosità, spirito di sacrificio, disponibilità all’aiuto degli altri. Anche quando realizza un gol, nell’esultanza garbata o accentuata, c’è tanto di valore umano».

Giocava a pallone da ragazzo nelle piazzette baresi?

«Giocavo per le strade del quartiere Libertà, la zona del Redentore. Sono nato in via De Bernardis. E ho iniziato facendo il centrale di difesa, il mio giocatore preferito era Ruud Kroll. Non c’erano soldi per comprare magliette, io avevo trovato una divisa di colore arancione al mercato del lunedì di via Calefati e usavo quella. Col tempo passai a fare l’ala sinistra col piede destro. Poi con l’adolescenza, c’è stata la fine del calcio, e ho iniziato a suonare la chitarra acustica e a conoscere le ragazzine. Altri mondi da esplorare».

La prima partita allo stadio Della Vittoria? Con chi andava “al campo”?

«Per me il Della Vittoria è l’unico stadio cittadino, una relazione d’amore fatta di tantissime domeniche con papà e i suoi amici».

Un rito.

«Si partiva tutti dal Bar Anna di via Crispi e poi si saliva a piedi viale della Carboneria fino allo stadio. La mia prima volta, il 3 febbraio del 1974, fu terribile: Bari-Atalanta fu interrotta per invasione di campo. Ho il ricordo di un rigore sbagliato da Casarsa, sì forse era lui, e poi mi ritrovai senza mio padre accanto e nel caos totale».

Faceva la raccolta di figurine Panini? Un poster di calciatore in camera?

«Mai avuto grande interesse per gli album, non ne ho mai completato uno. Il poster sì, quello di Roberto Boninsegna: sono diventato interista per lui».

La storia recente dei presidenti del Bari è la traccia di un romanzo civico: dal ginecologo mecenate Angelo De Palo, ai costruttori Matarrese, all’ex arbitro Gianluca Paparesta, fino all’imprenditore Mino Giancaspro. Albert Camus la vedeva così: “Tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini, lo devo al calcio”. Di che città sono stati espressione questi presidenti?

«Di una divisione sempre netta tra proprietà del club e città, una frattura che porta a non avere mai un progetto a lungo termine. E poi che tristezza vedere ancora la politica scodinzolare dietro la squadra del Bari, una tristezza infinita».

Il San Nicola ora è quasi un rudere. La maestosità dell’opera, con il senno di poi, fu un passo più lungo della gamba della città?

«Fu un errore madornale, una follia, ma è ancora più folle chi vorrebbe continuare a tenerlo in piedi. Occorre rigenerare lo stadio Della Vittoria e renderlo un impianto funzionale e accogliente da trentamila posti, o anche meno».

C’è un film di calcio che ricorda con emozione?

«Sto scrivendo un film sulla storia di Diego Milito, ci siamo incontrati a Milano e per me è l’umile e grandissimo bomber del “triplete”, qualcosa d’irraggiungibile».

La vittoria del Bari o il gol che porta nel cuore?

«Indimenticabile la rete dopo una interminabile serpentina di Alberto Bergossi nel derby con il Lecce nel settembre 1984 (finì 2-0, ndr), ma anche quello di Alessandro Scanziani in Bari-Samp 1 – 2, nel 1981, fu una botta al cuore terribile».

Antonio Cassano: occasione perduta per dare un senso di riscatto alla Bari più popolare?

«Il mio giocatore preferito del Bari (il regista dribbla il quesito, ndr) è Gianluca Zambrotta, uno che la storia l’ha scritta davvero con sacrificio e forza di volontà, educato al lavoro, il più grande di tutti. Ho il ricordo della sua fascia di gioco, padrone assoluto, contro la Juventus giocò da solo contro tutti, perdemmo uno a zero ma la sua partita fu commovente, qualcosa di leggendario, un ragazzino neanche ventenne che da Como era arrivato a Bari e che sembrava un veterano, di un altro pianeta calcistico. Sempre onore a Gianluca. L’altro giocatore che ricorderò sempre è Aldo Serena, il centravanti più potente che ho mai visto giocare con la maglia biancorossa, anche lui solo un ventenne ma dal carattere fortissimo».

Qualcuno potrebbe definirla il Guardiola del cinema italiano. Allora nella sua squadra ideale degli attori, Checco Zalone giocherebbe centravanti?

«Luca le partite le vince da solo, non ha bisogno di Guardiola».

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