L'intervista

«Incubi», l'anima di Nitro in tour a Bari: «Oggi si pensa troppo ai numeri, ma quante volte ascolti le tue canzoni della vita?»

Bianca Chiriatti

Domani sera il concerto al Demodé Club: «Al centro la musica, non gli effetti speciali: non li condanno, ma non devono coprire una mancanza. È una forma di rispetto nei confronti di chi viene ad ascoltarti, in un'epoca in cui gli artisti sul palco a volte nemmeno cantano...»

«Ho sempre avuto incubi di notte, e me li ricordo tutti. Un altro tipo di incubi sono invece le angosce della vita vera, viviamo in un contesto sociale a metà tra incubo e realtà». E proprio «Incubi» è il titolo dell'ultimo album di Nitro, ormai veterano della scena rap contemporanea, che dà anche il nome al fortunato tour partito ieri con un sold out a Torino, e che domani 26 marzo fa tappa al Demodé Club di Modugno (Ba). Un manifesto vivente di identità, disagio e consapevolezza che hanno reso il vicentino Nicola Albera (questo il vero nome) tra gli artisti più amati della sua generazione. «Ho addosso la giusta dose di ansia per questo tour - racconta alla Gazzetta - perché ormai la discografia è più ampia, e ogni volta che sono costretto a togliere qualcosa dalla scaletta provo un dispiacere. Sono molto concentrato, sarà uno spettacolo che vedrà al centro la musica, non gli effetti speciali: non li condanno, ma non devono coprire una tua mancanza. Credo sia una forma di rispetto nei confronti di chi viene ad ascoltarti, in un periodo storico in cui a volte gli artisti sui palchi neanche cantano». Del resto la tecnica impeccabile è una delle «bandiere» su cui si è fondata la carriera di Nitro: «Non per forza un rap preciso o serrato come il mio - specifica - però qualcosa dietro cui si veda un impegno». Questo suo mantenere i piedi ben saldi a terra si respira anche nel rapporto con il pubblico: «Esistono i fenomeni, che sono persone portate naturalmente a qualcosa. Però vedi uno come Ronaldinho: non fa mai il figo, lo trovi in giro, per strada, a giocare a pallone, e lui sa di essere un fenomeno, non gli serve sottolinearlo. Sotto il palco siamo tutti persone normali».

Il tema del successo e delle fragilità che porta con sé è argomento ricorrente nei suoi testi: «Ho capito che la mia dimensione è essere coerente con me stesso, a prescindere dai gusti del pubblico, e questo ha avuto conseguenze più o meno floride per i miei dischi - continua - poi bisogna capire anche cosa uno intende per "successo". Per me è stato quando un ragazzo è venuto a dirmi che stava per togliersi la vita, è partita una mia canzone e non l'ha fatto. Noi oggi parliamo di numeri, di quantità, ma quante volte ascolti le canzoni che ti hanno cambiato la vita o che ti fanno piangere? Meno di tante altre». Tra le sue c'è sicuramente «Since I've been loving you» dei Led Zeppelin: «Quell'assolo sul finale, in cui la chitarra sembra che pianga, mi ricorda me e mio papà che andavamo a scuola in macchina». Poi c'è il blues, «la mia musica dell'anima», reggae e dancehall, «ho imparato l'extrabeat più dal reggae che dal rap», i Portishead, i Prodigy e i Korn: «Sono gruppi che hanno sigillato un momento preciso nella storia, un'estetica riconoscibile, una musica che sarà per sempre eterna, anche fra tanti anni». Una data pugliese tanto attesa quella di domani, per svariati motivi («sono tanto fan del pesce!»), e un obiettivo per questo tour: «Spero di essere soddisfatto, di tornare in hotel preso bene. Sono quel tipo di persona che se sbaglia qualcosa si abbatte». Un piccolo «incubo», anche questo, da stemperare con umanità.

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