L'intervista
Maninni saluta e riparte da «Goodbye»: «Basta scorciatoie, ho scelto la strada dell'autenticità»
Il cantautore barese torna dopo un periodo di silenzio: «Dopo Sanremo le opportunità non sono mancate, ma mi sono reso conto che scrivevo musica solo per rimanere a galla, non per comunicare davvero qualcosa»
Strumenti musicali, anima e scrittura: questi gli ingredienti del ritorno artistico del barese Maninni, che pubblica oggi il nuovo singolo «Goodbye» (Pipoca Project/distributed by ADA/Warner Music Italy), che dopo un periodo di distanza dal mercato discografico segna l’inizio di un nuovo capitolo. Alessio Mininni, questo il vero nome, riparte da un brano scritto con Lorenzo Vizzini e prodotto insieme a Matteo Cantaluppi, che metaforicamente dice «addio» a un modello di successo che non gli apparteneva davvero, quasi come una liberazione. La canzone fa da apripista a un nuovo progetto in uscita in primavera, e a un tour di presentazione che lo vedrà il 17 aprile a Roma (Teatro Lo Spazio), il 18 aprile a Bologna (Locomotiv Club) e il 21 aprile a Milano (Arci Bellezza).
Due anni fa il suo esordio a Sanremo 2024, con «Spettacolare». Oggi la troviamo sempre a Bari, nella sua città e nel suo studio...
«È possibile fare musica anche restando qui, basta volerlo. Dopo il Festival le opportunità non sono certo mancate, ma mi sono reso conto che scrivevo musica solo per "funzionare", per rimanere a galla, non per comunicare davvero qualcosa».
Ci torniamo fra un attimo. Partiamo dal presente: come è nata «Goodbye»?
«È nata come uno sfogo d'istinto, non mi ritrovavo in quello che stavo facendo, mi chiedevo perché nei miei brani non si percepissero la mia anima, le influenze. Facevo cose "giuste" ma che non mi rispecchiavano. E poi dopo riflessioni e autoanalisi mi sono ritrovato con Lorenzo e abbiamo scritto. A volte abbiamo un modello di sogni e obiettivi che ti vogliono per forza al primo posto, a ostentare traguardi e sold out negli stadi, ma siamo sicuri che sia ciò che ci rende davvero felici e autentici?».
«Goodbye» è inteso anche come «lasciar andare»: lei cosa si è lasciato alle spalle?
«Le scorciatoie. Oggi per esempio Sanremo, che era un grande obiettivo, è anche una scorciatoia per promuoversi. Oggi scelgo le strade più lunghe per fare il giusto percorso, un passo alla volta, e raggiungere determinati obiettivi al momento adatto».
Quanto conta il lavoro di gruppo nella sua esperienza?
«L'immagine classica del cantautore è solitaria, invece per me lo stare insieme è un valore aggiunto, ti porta anche a conoscere meglio te stesso. Con Cantaluppi abbiamo lo stesso approccio, ci piace l'analogico, il suono, e da lì ho scoperto meglio anche me stesso. È uno dei motivi per cui ho creato lo studio a Bari».
Lavorare con gli emergenti e poter essere un esempio come la fa sentire?
«Vivo. A volte dimentichiamo che siamo esseri umani: il successo, per come la vedo io, non si basa sui numeri ma sulla vita che scegli. Il fatto che io possa stare a contatto con artisti in cui vedo la fame, la voglia di fare qualcosa di bello, mi fa continuare in questa direzione».
Cosa le ha lasciato l'esperienza di Sanremo?
«È una cosa che rifarei volentieri, ma nel momento giusto per la carriera, con un pezzo in cui credo e che mi rappresenta. Mi ha lasciato la consapevolezza di voler salire su quel palco nel momento in cui ho un motivo per farlo, che non sia la promozione di un tour o un disco».
A proposito, a breve arriva anche il suo nuovo progetto, poi andrà in tour. Quali sono i sogni per il futuro prossimo?
«Vorrei crearmi la mia nicchia di ascolti di persone che percepiscono la musica nel modo in cui la percepisco io. Senza paranoie discografiche, di radio, di mercato. Quello che verrà, sarà il pubblico a deciderlo».