Tra gravine e asfalto

«Genesi e ascesa di un anti-idolo»: a Taranto il docufilm sul rapper Kid Yugi

Domenico Santoro

Cresce l'attesa del nuovo disco: l’album «Anche gli eroi muoiono» esce venerdì 30 gennaio

La violenza attraversa periferie, famiglie, vite quotidiane, e quando esplode si va a caccia di un colpevole facile. Spesso lo si individua nella musica, in linguaggi artistici bollati come «pericolosi», «devianti». È un errore profondo perché qui siamo davanti a un linguaggio di sopravvivenza, violenza interiorizzata che cerca una forma. Tra coloro che stanno dando una forma quasi poetica a questo linguaggio c’è Kid Yugi (nell’immagine, foto Alessio Mariano), tra gli artisti più amati della sua generazione. Pugliese doc., venerdì 30 gennaio esce l’album Anche gli eroi muoiono (firmacopie alla Feltrinelli di Bari l’1 febbraio alle 16, alla Mondadori di Lecce il 2 alle 14, alla Feltrinelli di Taranto sempre il 2 alle 18), mentre da oggi in alcuni cinema selezionati (in Puglia al Savoia di Taranto) sarà proiettato il film-documentario Genesi e ascesa di un Anti-Idolo.

Francesco Stasi, massafrese classe 2001, non è «dark» per posa o marketing. È cantore di una geografia morale, capace di dare voce a territori interiori e materiali densi di inquietudine. Da bambino apriva la finestra e vedeva i camini dell’Ilva. Cresceva nel contrasto tra una civiltà antica e un presente industriale che divorava tutto. Dagli spalti delle gravine si legge l’evoluzione forzata dell’urbanistica: dalla pancia della terra all’asfalto, fino ai palazzi già segnati dal degrado futuro. Questi sono giovani cresciuti dopo la cementificazione degli ulivi secolari, lo scempio del paesaggio e dei legami sociali. Le immagini della terra scavata, delle cavità rupestri, non sono folklore: sono la simbologia delle ferite del mondo. Luoghi che non hanno mai smesso di sanguinare, anche quando sopra ci si è costruito, asfaltato, normalizzato. A qualcuno viene il dubbio che questi ragazzi siano poveri culturalmente. È vero il contrario. Le loro canzoni sono dense di riferimenti letterari e poetici non per esibizionismo, ma per necessità: perché la lettura, la cultura, la conoscenza li hanno aiutati a dare un senso al disagio. Qui non c’è celebrazione dell’abisso; c’è la consapevolezza che ignorarlo non lo fa sparire.

La catarsi che emerge da questo linguaggio è reale, ma incompiuta. Non promette salvezza, non offre soluzioni facili. Dice tutto, perché tacere significherebbe implodere. Ed è proprio questa assenza di consolazione a renderla onesta. Per questo il parallelo con «I ragazzi della via Gluck» non è una nostalgia fuori tempo. Cambiano i suoni, cambiano le parole, cambia l’epoca — ma la frattura è la stessa. Oggi come allora spariscono i prati sotto il cemento per costruire «appartamenti». E così questa generazione, non avendo più terreno fertile, impara a parlare con ciò che resta: la marginalizzazione delle periferie, il degrado edilizio delle scuole, le crepe — materiali e simboliche — di un mondo che ha smesso di ascoltare.

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