«Sento di dover rispondere prima di tutto a una mia urgenza creativa, che batte dentro con la stessa forza di quando ero adolescente e che da sempre racconta la mia vita, chiedendomi di riporre gli aneddoti da qualche parte, quindi nelle canzoni. Poi sento di dover rispondere a mille altre domande per le quali, in realtà, non ho risposte. Per questo le lascio così come sono: punti interrogativi, inquietudini, ricordi, dentro quella scatola magica che non pretende da me delle risposte, ma più semplicemente delle emozioni. La canzone».
Avete registrato tutto in una casa di campagna: com’è andata e quanto ha influito lo spazio domestico sull’intimità e sulla verità emotiva dei brani?
«È stato bellissimo. Non sarò stato di certo il primo ad averlo fatto, ma lo sognavo da sempre. Ora che ho una mia casa nelle campagne di Matino, nel mio Salento, l’ho trasformata per qualche giorno in un vero e proprio studio di registrazione: in ogni stanza c’erano strumenti, musicisti e tutta l’attrezzatura necessaria per realizzare le registrazioni. Abbiamo riso, ci siamo emozionati, ho cucinato, abbiamo mangiato e bevuto, arrangiato, fatto e disfatto idee, registrato senza mai guardare l’orologio. Così è inevitabile che lo spazio domestico e la campagna intorno — il batterista suonava in giardino — creino un’intimità e una verità emotiva incredibili, che in uno studio di registrazione tradizionale è molto più difficile trovare».
Che tipo di coraggio serve oggi per fare «musica per la musica», senza pensare a strategie e algoritmi?
«Credo serva il coraggio di fare musica per un’esigenza davvero intima, per la necessità di raccontarsi ed esistere artisticamente per come si è, e non per come si dovrebbe essere o per come un pubblico ci vorrebbe. Il coraggio di vincere l’ambizione del successo mainstream a ogni costo, la smania dei numeri e dell’algoritmo, la paura del giudizio dei colleghi, degli addetti ai lavori o dei leoni da tastiera. Il coraggio di essere sinceri al cento per cento con sé stessi e con gli altri».
L’amore torna centrale, ma appare più consapevole e meno rumoroso: è cambiato il modo in cui vive i sentimenti o il modo in cui senti il bisogno di raccontarli?
«Credo sia cambiato il modo in cui vivo i sentimenti, anche se l’amore resta sempre una cosa turbolenta. Per questo l’ho raccontato nei momenti in cui è meno rumoroso, prima di qualsiasi turbolenza».
Guardando al suo percorso, dalle esperienze internazionali fino a questo EP così raccolto, sents di essere arrivato a una sintesi o a una nuova fase di ricerca?
«Sento di essere arrivato a una nuova fase di ricerca: lenta, vera, disinteressata. La scrittura, la canzone, il canto e la realizzazione di un disco vissuti come esplorazione della mia anima, come autoterapia e conoscenza di sé, ora più che mai».
Se «Che ci facciamo?» fosse una domanda da lasciare in sospeso per chi ascolta, quale risposta le piacerebbe che ognuno trovasse dentro queste cinque canzoni?
«Mi piacerebbe che ciascuno, nel proprio ambito di interesse, alla domanda "Che ci facciamo con questa cosa, in questo posto o con questa persona?" rispondesse: «Forse non lo so, ma ci stiamo tanto bene».