L'intervista
Nuotare per ritrovarsi tra comunità e radici: l'esordio di De.Stradis è «Appartengo al mare»
Un primo album molto più di un debutto, vista la già densa esperienza di palco del cantautore originario di Avetrana e di stanza a Bologna. Il video della title track è girato a Torre Specchia da Stefano Tamborino
Nuotare per far affiorare idee e pensieri. È da questo gesto che nasce Appartengo al mare, disco d'esordio del cantautore De.Stradis, originario di Avetrana ma da tempo a Bologna, uscito lo scorso 9 gennaio per Sun Village x Senza Dubbi e distribuito da Believe. Un lavoro in undici tracce nato da due anni di crescita personale e creativa, durante i quali Vincenzo Destradis ha sentito la necessità di rallentare, osservare e scavare più a fondo nella propria espressione. Fondamentale è stata poi la collaborazione, nonché l'amicizia, con il produttore e polistrumentista salentino Filippo Bubbico, figura centrale nella definizione di un sound che intreccia tradizione cantautorale italiana e influenze internazionali. L’album è disponibile in formato digitale ed è accompagnato dal video ufficiale della title track girato da Stefano Tamborino a Torre Specchia (Le). Già numerose le date di presentazione fissate, Roma, Bologna, e il 14 marzo al Biko di Milano.
Destradis, tutto nasce dalla title track...
«Quel brano mi coinvolge tanto emotivamente, parla del mio paese d'origine, della morte di una persona cara a tanti concittadini, e anche di Roma, della comunità romana di cui lui faceva parte. Questa scomparsa ha creato un circolo virtuoso di attività che portano avanti i suoi valori, era una persona che si spendeva per la comunità. Vedendo questa reazione, mi sono reso conto di voler parlare proprio del concetto di comunità».
Mentre il simbolo del mare come viene fuori?
«Nuotare per me è sempre stato un gesto naturale, e l’acqua uno spazio in cui mi sento a mio agio, aggraziato, a differenza di quando cammino che mi vedo più goffo. In più è un modo meditativo per far affiorare le idee, lasciar perdere il cellulare, il gesto ripetitivo del nuoto mi aiuta, lo pratico anche a Bologna, in piscina».
Il senso di comunità si percepisce anche nel fatto che in questo lavoro ha voluto coinvolgere tanti amici musicisti, a cominciare da Filippo Bubbico. Come avete costruito il suono dell'album, così analogico e «suonato»?
«È stato un lavoro diverso rispetto al passato: se negli EP precedenti c’era tanta carne al fuoco, qui siamo andati per sottrazione sugli elementi. Abbiamo scelto con cura quali strumenti precisi utilizzare, riprendendo poi tutto con il nastro analogico. È stata una bella sfida, siamo andati a fondo su ogni singolo suono, e ci siamo stati su per un mese intero, prendere le preproduzioni e rimodularle in questa maniera».
E anche se lei vive a Bologna, tanti nomi di quelli che hanno partecipato a questo disco sono pugliesi. Che rapporto ha mantenuto con la sua terra?
«La mia è la classica storia del fuorisede che va via perché non si sentiva capito, in un ambiente periferico e provinciale alla ricerca di una dimensione artistica e musicale. Non vivendo nemmeno a Lecce, non avevo troppi stimoli. Quando sono arrivato a Bologna ho sentito aria fresca, poi negli anni ho iniziato ad avere malinconia di quella parte di me più giovane e di quello che di bello poteva avere la mia terra d'origine. È diventato un rapporto sempre più nostalgico, ora invece sento di aver trovato un equilibrio: quando torno non ho più la tendenza di sentirmi nel passato, ma in quello spazio per ciò che sono ora».
Per girare il video della title track avete scelto Torre Specchia. Quali sono i suoi luoghi del cuore in Puglia?
«Ne ho due in particolare: il primo è la Salina dei Monaci, abito sulla litoranea jonica, il mare ce l’ho davanti. D'estate mi sveglio, mia madre fa il caffè e io mi faccio una nuotata aspettando che sia pronto. Una riserva naturale incredibile. L’altro è Galatone, da cui vengo per metà, sono affezionato alle scogliere di quella zona, soprattutto al Chiapparo».
Ha una grande esperienza di palco, ha vinto Musicultura. Come vede la dimensione live di questo lavoro?
«Proprio in questi giorni, dopo le presentazioni in solo, stiamo studiando come convertirlo in band. Vorrei che il messaggio comunitario del disco si percepisse anche sotto il palco e sul palco. Nel live in solo all’inizio faccio cantare a tutti un coro, ho visto tanta partecipazione. Ma la band resta la mia dimensione».
L'anno è appena iniziato, ha aperto questo percorso con un bel progetto. Cosa si aspetta dai prossimi mesi?
«Voglio suonare tanto questo disco, non vedo l’ora. In questi due anni di scrittura ho sentito crescere molto il mio senso di comunità: mi ritrovo a vivere weekend in posti diversi con persone diverse a scrivere, lavorare, creare. Più passa il tempo, più questa cosa aumenta. Mi auguro un anno in cui possa scrivere cose nuove con tante persone e capire quale possa essere il passo successivo, non solo il prossimo disco, ma cos’altro voglio creare con gli altri».