L'intervista
«La fine del patriarcato», l'inatteso ritorno dei Virginiana Miller: «Nessuno slogan preconfezionato, crediamo nel contesto umano»
Dopo sei anni di silenzio la band è tornata con un brano uscito per la NOS Records, grazie a un percorso già incrociato con Amerigo Verardi. La canzone è ipnotica e necessaria, prima in italiano dopo oltre un decennio
Dopo anni di silenzio i Virginiana Miller sono tornati con una nuova canzone: La fine del patriarcato, uscita il 1° gennaio 2026 per NOS Records, con distribuzione Believe Digital. Molto più di un semplice ritorno discografico: l’ultima traccia pubblicata risaliva al 2019, The Unreal McCoy, album che giocava con la lingua e l’immaginario a stelle e strisce, ribaltandone codici e stereotipi. Poi il vuoto: niente tour, nessuna comunicazione, nessuna nuova uscita. La riapparizione avviene due anni fa, quasi per caso, con un live set a sorpresa all’Arci Progresso di Firenze. Un concerto intimo, davanti a un pubblico di amici, familiari e fan arrivati da tutta Italia. E a fine serata accade qualcosa di inatteso: un brano inedito, proprio La fine del patriarcato, che ha trovato finalmente una forma definitiva. Nemmeno la scelta di NOS Records, etichetta indipendente no profit arrivata alla cinquantesima release, è stata casuale: il direttore artistico Amerigo Verardi ha già incrociato il percorso della band producendo La verità sul tennis (2003), mentre Daniele Catalucci – produttore del brano e bassista dei Virginiana (il resto della formazione è composto da Antonio Bardi, chitarra elettrica e acustica, Valerio Griselli, batteria e percussioni, Simone Lenzi, voce, Matteo Pastorelli, chitarra elettrica e acustica, Giulio Pomponi, piano, samples) aveva già collaborato con la label in precedenza.
Lenzi, «La fine del patriarcato» nasce da un ricordo familiare concreto. Quando avete capito che quel frammento privato poteva diventare una canzone da condividere con il pubblico?
«In realtà si tratta di due ricordi, due momenti divisi da mezzo secolo. Una cartolina del mio bisnonno Virgilio a mio nonno, e una cosa raccontatami da un parente il giorno del funerale di mio padre. Penso che le due cose, insieme, raccontino un'aria di famiglia, una specie di riservatezza ereditaria, un profondo pudore. Due virtù del tutto scomparse».
Il titolo è forte, ma il testo è fatto di gesti minimi e parole misurate. Quanto vi interessava evitare lo slogan per restare invece nella complessità delle cose vissute?
«Apprezzo molto questa domanda perchè contiene già la migliore risposta possibile. Esistono gli slogan ideologici e poi esiste anche la realtà, che è sempre un po' più complicata e interessante».
Catalucci, avete lasciato passare anni di silenzio: che ruolo ha avuto questo silenzio, umano prima ancora che artistico, nella nascita del brano?
«Credo che ci abbia fatto capire l'importanza di esserci quando davvero ci sia qualcosa di importante da lasciare. Non avendo “obblighi" discografici verso nessuno se non noi stessi e l'affetto di chi ci segue da sempre, con questa canzone tra le mani ci ha conquistato l'idea, dopo tanto silenzio, di riesserci e di farlo con qualcosa di nostro a cui tenevamo particolarmente».
La canzone è stata suonata dal vivo prima di essere registrata, e in un contesto molto intimo. Quanto ha inciso quell’esecuzione all’Arci Progresso sulla forma definitiva del pezzo?
«Avevamo già cominciato a registrarla, ma dopo quel concerto l'abbiamo registrata di nuovo. Quindi qualcosa in più era venuto fuori e volevamo provare a catturarlo. Però non volevamo neanche che fosse eccessivamente dinamica, cosa che dal vivo succede ed è un bene. Volevamo mantenere quella dimensione di galleggiamento, di rispetto, magari muovendo le cose intorno».
Dal 2019 a oggi il mondo è cambiato profondamente. In che modo questo tempo storico – pandemia, distanza, fragilità collettiva – ha modificato il vostro modo di pensare una canzone?
«Onestamente scriviamo canzoni nella stessa maniera in cui abbiamo scritto quelle degli ultimi nostri dischi. Siamo cambiati ad un certo punto della nostra storia, molto prima, per esigenze di vita nostra, di lavoro o di età, ma partiamo sempre da una musica condivisa e suonata insieme su cui poi Simone mette il testo e da lì cominciamo ad approfondire».
La collaborazione con NOS Records sembra raccontare un’idea di musica come dono più che come prodotto. Quanto è importante oggi per voi il contesto umano e valoriale in cui esce una canzone e che progetti vi piacerebbe costruire per l'immediato futuro?
«Il contesto umano è tutto. Che si parli di lavoro o meno, mi dico sempre di avere la fortuna di poter “parlare” con le emozioni ad un pubblico che le farà proprie e le donerà a sua volta. In questo senso è chiaro che debba essere io il primo a cercare un contesto sano di partenza. La collaborazione con Nos è nata così. Avevo già collaborato con loro per cose recenti e con Amerigo Verardi avevamo lavorato per un nostro disco passato, La verità sul tennis. La fine del patriarcato ha cominciato a odorare di canzone compiuta proprio nei giorni del Natale del 2024 e la cosa l’ha subito legata a quella dimensione. Arrivati a novembre di quest'anno, volevamo fare un regalo a chi ci segue e forse un po' anche a noi stessi. E poi avevamo una convinta sensazione che fosse un bene farla uscire in questo momento. Per quanto riguarda il futuro, stiamo lavorando a dei brani nuovi e l'intenzione è di farne un disco che possa uscire entro la fine dell'anno».