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Estorsioni e incendi sul litorale jonico lucano: 17 arresti

In particolare fra Policoro e Scanzano Jonico, nel Materano

Fiori e lumini votivi davanti al cancello del cantiere o alla porta della sede della società: è il chiaro «linguaggio» usato da un clan della costa jonica lucana - sgominato stamani dai Carabinieri, che hanno eseguito 17 arresti, a conclusione di indagini della Direzione distrettuale antimafia di Potenza - per convincere due imprenditori edili a pagare il «pizzo».
E’ uno degli aspetti di un’inchiesta che ha interessato un periodo che va dalla fine del 2016 al mese scorso, con episodi avvenuti fra Policoro e Scanzano Jonico (Matera). Oltre ai 17 arresti (nove in carcere e otto ai domiciliari), i Carabinieri hanno notificato anche tre obblighi di dimora e un obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria.
In uno dei due casi di minaccia con fiori e lumini votivi, è stato lasciato anche un candelotto contenente esplosivo. Fra gli altri casi di cui si sono occupati gli investigatori, la rapina a un supermercato, l’incendio in un’azienda agricola, il tentativo di omicidio di un cittadino del Ghana e, nel 2018, le minacce a Filippo Mele, giornalista de «La Gazzetta del Mezzogiorno», che aveva denunciato le «infiltrazioni» del clan nella zona ("sarebbe meglio dire dell’occupazione mafiosa del territorio», ha sottolineato il Procuratore della Repubblica di Potenza, Francesco Curcio, che guida la Dda lucana. Gli arresti di oggi hanno costituito «l'epilogo e lo sviluppo» di un’inchiesta della stessa Dda che, nell’ottobre 2018, portò all’esecuzione di altre 25 misure cautelari contro il clan "Schettino», che opera proprio sulla costa jonica lucana. Lo guida un ex carabiniere, Gerardo Schettino, di 44 anni, attualmente detenuto nel carcere di Agrigento.

Anche la criminalità si aggiorna, utilizzando i social come strumento di «propaganda» della forza e della cattiveria di un clan sul territorio, con post che "dimostrano» gli arsenali in possesso, «l'onore» degli affiliati e gli «inconvenienti» per chi «sgarra": una mafia «2.0» quella strutturata dal clan Schettino nell’area sud della Basilicata, in particolare nel Metapontino, che al digitale non ha disdegnato i mezzi «classici», come i pestaggi in strada per un lenzuolo macchiato, le intimidazioni con fiori e lumini votivi davanti al cancello del cantiere, le estorsioni e lo spaccio di droga.
Sono alcuni dei particolari emersi nel corso di una conferenza stampa, stamani a Potenza, organizzata per illustrare un’operazione della Dda del capoluogo lucano e dei Carabinieri che ha portato a 21 misure cautelari (nove in carcere, otto ai domiciliari, tre obblighi di dimora e un obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria) che hanno «decapitato" il clan - con a capo un ex carabiniere, Gerardo Schettino, di 44 anni, attualmente detenuto nel carcere di Agrigento - che già lo scorso ottobre aveva subito un duro colpo con altre 25 misure cautelari. Il controllo sull'area era «asfissiante», hanno spiegato il procuratore di Potenza, Francesco Curcio, e la pm Anna Gloria Piccininni, sostenuto da «un diffuso clima di omertà», che ha portato alla denuncia di alcuni episodi, «ma in modo frammentario e generico».


Pizzo a cantieri e imprese, vicinanza alla 'Ndrangheta, pestaggi per droga e «tutela economica» dei detenuti con i proventi delle estorsioni: c'è tutto il carnet classico di un clan che, prima di tutto, difendeva gli affiliati e regolava i conti, arrivando a pestare per tre giorni una persona «rea» di aver macchiato il lenzuolo di un vicino che faceva parte del clan. E poi ci sono i social, ultima frontiera dell’onore dimostrato dai novelli «Scarface» che si tatuano il volto di Al Pacino sul braccio per poi condividerlo ai follower: post, alcuni dei quali rimossi, in cui si ribadiva che «siamo tutti uno, siamo tutti cento», con armi ben in mostra per «addolcire" eventuali resistenze. E su qualche profilo facebook, puntualmente, è anche comparso un brano neomelodico - dal titolo "un nuovo re» - con un ritornello inquietante ("Onore, rispetto e dignità, 'sti tre cos' su chell' ca tu ce m'parat papà") e milioni di visualizzazioni su Youtube.
Un clan familiare, che per ora non ha «pentiti», ma che è riuscito «a surclassare i gruppi rivali - ha aggiunto il procuratore - e diventare interlocutore dei calabresi», a un passo dagli stabilimenti balneari dello Ionio e da Matera, Capitale europea della cultura nel 2019, «per ora decapitato" con l’ausilio di 200 carabinieri. I reati contestati sono, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, spaccio di droga, minacce ed estorsioni, tentato omicidio aggravato e detenzione illegale di armi.

(Davide De Paola)

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