Martedì 22 Gennaio 2019 | 06:00

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La tragedia ferroviaria ad Andria

I sopravvissuti

Passeggera incinta, sono stata spinta in avanti: il racconto di una donna che era su uno dei treni dello scontro.

SAMUELE SALVO CON I CARTONI

C'è una bella crostata alle ciliegie con le candeline dei 7 anni, due scatole di giochi da tavolo in regalo, una di Lego e una del Monopoli, ma soprattutto la maglia rossonera dell’amatissima squadra del Milan. E ci sono anche i cuginetti vicini che aiutano a soffiare forte per spegnere le fiammelle. Ma nessuno se lo aspettava così, questo compleanno di Samuele.
Non la mamma e il papà, che piangono e ridono insieme per questo loro bimbo scampato alla tragedia. Non lui, che porta la maglia del suo club preferito sopra le ferite che nonna Donata, morta nel disastro ferroviario facendogli scudo con i suo corpo, non è riuscita a risparmiargli.

Non gli zii, che lo avevano accompagnato al treno per tornare a Milano con i nonni, dopo un mese di mare, partite dell’Italia viste in tv e ricordi bellissimi, che ora sembrano senza senso, nella stanza in ombra dell’ospedale di Andria.
Il sindaco Nicola Giorgino, in un giorno così difficile per la cittadina pugliese, ha voluto trovare lo stesso del tempo per portare al piccolo Samuele un bacio e la promessa che insieme andranno a vedere la partita tra Milan e Juventus, anche se il piccolo Samuele spera di assiste al derby Milan-Inter.

Le dottoresse clown nella stanza di ospedale lo chiamano «Super Samuele», mentre il personale medico segue attento ogni suo gesto e lo protegge dal clamore che è fuori. Lui parla con il sindaco delle trattative con i cinesi per la vendita del Milan, gioca con i nasi finti da clown e cerca di non ricordare quell'inferno di lamiere e grida da cui è uscito vivo, guardando i cartoni sul cellulare dei vigili del fuoco. Senza mai smettere di chiedere: «ma la nonna dove sta?».

GIUSEPPINA RUTIGLIANI ACCAREZZA LA MANO DI MATTEO MASCOLI
«Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo porto fuori. Restiamo lì, abbracciati. Poi qualcuno ci separa e ci porta in ospedale. L’ho rivisto ora».

Giuseppina Rutigliani accarezza la mano di Matteo Mascoli: stanno insieme da 40 anni e questa mattina stavano andando a Corato all’istituto dove è ricoverato il loro figlio disabile. Dovevano pagare la retta. Ora invece sono ricoverati all’ospedale Bonomo di Andria, assieme ad altri 26 sopravvissuti dello ScontrO. Loro ce l’hanno fatta, possono raccontare l'incubo che hanno vissuto e l’orrore che si porteranno dentro per sempre, dopo aver visto certe immagini.

LE LACRIME AGLI OCCHI DI ENZA, OPERATRICE DEL 118 DI CORATO
«Quando siamo arrivati c'erano pezzi di corpi ovunque. Ad un certo punto abbiamo visto una donna che era come rannicchiata su se stessa, con le braccia incrociate sul petto. Ci siamo avvicinati e abbiamo capito: tra le braccia stringeva la sua bambina, ha cercato di proteggerla in tutti i modi. Enza non riesce ad andare oltre, dice solo: «Le lamiere, le lamiere l'hanno dilaniate».

AL BONOMO I SOPRAVVISSUTI LI RICONOSCI DALLO SGUARDO PERSO NEL VUOTO
Dalle labbra che ancora tremano per la paura. Monica Gigantiello sta andando a fare una tac, ha 24 anni. «Ero seduta di spalle, ho sentito soltanto un boato invadere tutto il vagone e poi mi sono ritrovata a terra. Tra noi c'era un signore che lavorava per il 118 e ci ha salvato, è riuscito a farci uscire». Cosa hai visto Monica? «Non voglio ricordare, ma non riesco a mandare via tutte le urla». Sabino, invece, ricorda. Lui è il figlio del vecchio primario del pronto soccorso dell’ospedale di Andria. «Mai avrei pensato di essere testimone di quello che papà mi ha raccontato tante volte, mai avrei creduto di poter vedere così tanto orrore». E invece non è andata così. «Per miracolo, sono vivo per miracolo. Non mi ricordo nulla, sono vivo per miracolo» butta fuori con un filo di voce Michele, 35 anni. A lui gli è andata bene, solo qualche ferita lieve. Si aggira per il pronto soccorso come uno zombie, qualcono che è tornato da laggiù.

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