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Genio e indolenza

Mario Corso, addio al mancino di Dio della grande Inter

Mario Corso, fenomenale mancino della grande Inter campione euromondiale negli anni Sessanta, è morto. Avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 25 agosto

Mario Corso è morto. Avrebbe compiuto 79 anni il prossimo 25 agosto, era ricoverato da giorni in ospedale. Fenomenale mancino della grande Inter campione euromondiale negli anni Sessanta: genio e indolenza, stregò Pelè e affascinava i sessantottini. Inventò la «foglia morta».

Mario Corso è stato un grande della grande Inter, il mancino più estroso degli anni '60, «il piede sinistro di Dio», come lo definì il ct di Israele, Gyula Mandi, dopo la doppietta con cui nel 1961 la sua nazionale fu ribaltata in uno spareggio per le qualificazioni al Mondiale. Non ne giocò mai uno (in azzurro 23 gare e 4 reti), ma in compenso Corso, morto a quasi 79 anni, ha scritto pagine indelebili della storia nerazzurra, 502 presenze con 94 gol, uno scudetto nel 1963, la coppa dei campioni l’anno successivo, poi il triplete del '65, scudetto e Intercontinentale nel '66, e infine un altro campionato vinto nel '71.

Mario Corso indossava la maglia numero 11 della grande Inter ma non era un’ala sinistra, anzi tendeva a partire dall’altra fascia per rientrare e sfruttare il suo mancino. Per i maligni usava il piede destro solo per salire sul tram o scendere dal letto. «Meglio un piede solo buono che due scarsi», la risposta che opponeva sempre quel fuoriclasse che, con i calzettoni abbassati (un omaggio a Omar Sivori), era capace di prorompenti galoppate palla al piede da una parte all’altra del campo, trasformate in geniali passaggi o colpi mancini. A lui è attribuita l’invenzione dei tiri «a foglia morta». Colpiva con sensibilità rara il pallone, che partiva piano e prevedeva traiettorie perfide e poco leggibili per i portieri. «Sapevo tirare solo a quel modo però i portieri non riuscivano a prenderla - raccontava -. Non ho mai neppure pensato di calciare in un altro modo».

Mario Corso, sanguigno per carattere, era un concentrato di genio e indolenza, quando faceva troppo caldo a San Siro con la sua Inter non era infrequente vederlo a battere soprattutto le zone in ombra del campo. Lo chiamavano anche Mariolino, Matto Birago (copyright di Gianni Brera, che declinò al maschile una leggenda lombarda), ed era Mandrake nella Grande Inter del Mago Selenio Herrera, con cui non mancarono frizioni e scontri. L’inquietudine indolente di Corso affascinava il pubblico di sinistra all’alba del Sessantotto.

Nato a Verona il 25 agosto 1941, giocava nella sua città, al San Michele Extra, quando l’Inter lo prelevò nel 1957 pagando 9 milioni di lire per lui, il portiere Da Pozzo e il centrocampista Guglielmoni. Il primo ingaggio di Mario Corso era da 70mila lire al mese. E in un’amichevole contro il Brasile nel 1958 fece ammattire il suo marcatore, stregando niente meno che Pelè. «Vieni a giocare con me in Brasile», pare gli disse O Rei.

Mario Corso restò a San Siro soffiando il posto a Skoglund e iniziando una carriera chiusa nel '75 con il Genoa (due stagioni, 23 presenze e 3 reti di cui una all’Inter di testa), prima di un doppio grave infortunio. Da allenatore ha guidato la Primavera del Napoli, il Lecce, il Catanzaro, per poi essere richiamato nell'Inter da Ernesto Pellegrini nel 1985 al posto di Ilario Castagner. Ha lavorato anche al Mantova, al Barletta, è stato responsabile del settore giovanile del Verona, prima di tornare all’Inter nel '97, occupandosi del vivaio e non solo. Era in sostanza l’allenatore in seconda di Mircea Lucescu e quando il romeno si dimise nel 1999 tuonò nello spogliatoio richiamando i giocatori alle proprie responsabilità. Molti anni dopo, è tornato in campo a San Siro per una partita di beneficenza, con la maglia numero 22. La 11 era toccata al rocker Luciano Ligabue, e Corso gli disse solo tre parole: «Vedi di onorarla» (video Youtube - Inter).

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