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I covi nascosti in un paesaggio ribelle

L’Italia unita compie 150 anni, ed una delle pagine più difficili della sua storia è stata quella del brigantaggio nel Mezzogiorno. Senza esprimere giudizi, ma curiosi di esplorare un recente passato e di immergerci nel verde, possiamo esplorare la Puglia seguendo proprio questi itinerari che partono dal Gargano e arrivano fino al Salento. Incamminarsi alla scoperta dei covi dei briganti significa esplorare gli angoli più nascosti e dalla natura ribelle, ancora oggi rimasti per lo più lontani dall'arrivo della modernità.
I covi nascosti in un paesaggio ribelle
L’Italia unita compie 150 anni, ed una delle pagine più difficili della sua storia è stata quella del brigantaggio nel Mezzogiorno. Senza esprimere giudizi, ma curiosi di esplorare un recente passato e di immergerci nel verde, possiamo esplorare la Puglia seguendo proprio questi itinerari che partono dal Gargano e arrivano fino al Salento. Incamminarsi alla scoperta dei covi dei briganti significa esplorare gli angoli più nascosti e dalla natura ribelle, ancora oggi rimasti per lo più lontani dall'arrivo della modernità. Avvolti da una sorta di temuto rispetto, da parte di alcuni, e indicati come delinquenti comuni, da parte di altri, di certo i briganti hanno diffuso terrore nelle nostre terre del Sud sulle quali già gravava il peso di una povertà tremenda.
Ma il miracolo del tempo, che scorre e fa dimenticare, si fonde mirabilmente in questi luoghi dei briganti. Un tempo teatro di gesta efferate, oggi scrigno che custodisce una cultura della tradizione nella quale ritroviamo il rispetto del verde, quasi fosse una divinità pagana, e il tramandare le ricette della buona cucina di madre in figlia, come fossero i segreti di famiglia più preziosi.
Appassionati di trekking e di storia hanno sviluppato, in questi ultimi anni, numerosi itinerari di visita incentrati sul brigantaggio. Possiamo metterci in cammino nel Parco Nazionale del Gargano, iniziando dal piccolissimo paese di Rignano Garganico dove la proposta turistica si sta ampliando oltre la classica visita del rifugio dei briganti, e si è esplorata la loro vita quotidiana. Il museo di Grotta Pagliacci e della preistoria del Gargano sono i luoghi, le ricerche fatte dal Nuovo Circolo Culturale "Giulio Ricci" per l'evento enogastronomico "A cena con il brigante Jalarde" hanno riportato a tavola pietanze dimenticate: la pasta fatta in casa con sugo di lumache, il pancotto alle 16 erbe dei campi, la zuppa con erbe locali al profumo di pesce e molto altro.
Da Gravina ad Altamura, da Gioia del Colle a Martina Franca e a Ceglie Messapica ci sono altri percorsi del brigantaggio suggeriti da www.pugliaturismi.it.
Punto di partenza è la conoscenza storica, attraverso i carteggi fra i signori del tempo (dagli inizi del 1800 in poi) che cercavano di organizzare la difesa dalle bande di predoni. A Gravina di Puglia c'è il Museo Fondazione Pomarici Santomasi (www.fondazionesantomasi.it) che, fra l'altro, custodisce tali documenti dai quali emergono i nomi dei briganti autori di ruberie ma anche azioni sanguinarie e crudeli. Temutissime le bande di Scarola, Scorzetta e Laurenziello che ebbero l'abilità tattica di coalizzarsi e mettere a lungo in difficoltà le forze dell'ordine. Comandavano loro ad Altamura nelle località di Garagnone, Ciccapelle e Franchino, e poi verso Gravina, Ruvo di Puglia e Spinazzola.
Sommosse, rivolta e fame diedero il via al brigantaggio. Ma le bande si ingrossarono ancor più con la ribellione contro il servizio di leva obbligatoria.
L'eleganza del barocco di Martina Franca, polo di attrazione di un sofisticato turismo internazionale, non deve però farci dimenticare della storia del Bosco delle Pianelle. Oggi meta di appassionati e di scolaresche, ieri rifugio dei più temuti briganti grazie alla sua impenetrabilità ed alle numerose grotte. Qui era di casa, se così possiamo dire, un brigante del calibro del Sergente Romano, soprannominato così perché davvero aveva indossato la divisa dell'esercito borbonico prima di fare un balzo dall'altro lato della barricata. Anzi, del suo passaggio è rimasta una traccia molto evidente: il suo nome Pasquale Domenico Romano (di Gioia del Colle) identifica una grotta nella gravina del Vuolo.

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