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Diario di bordo/1 In barca da Otranto alle coste albanesi

Diario di bordo/1 In barca da Otranto alle coste albanesi
L’ex parlamentare del Pd e magistrato in pensione Alberto Maritati, leccese, ci manda questo «diario di bordo» mediterraneo


di ALBERTO MARITATI



È il 2 maggio, Otranto, ore 5,30. Salpiamo. A bordo della nostra barca, una vela di 47 piedi del 2000, «Andromeda», leviamo gli ormeggi. L’impegno profuso per la preparazione durante lo scorso, difficile inverno, mi ha finalmente condotto qui, insieme a Donato, grande amico e noto velista, all’inizio di questo viaggio lungo le coste del Mediterraneo, che proseguirà fino al prossimo autunno, con un’interruzione nel mese di agosto. Alla ripresa seguiremo la rotta ad est, dalle coste dell'Egitto fino alla Turchia per poi rientrare attraverso il mare Egeo e le sue infinite isole. Oggi, la nostra rotta è fissata su 29°: la meta è Durazzo, Albania. Da qui risaliremo lungo l’Adriatico toccando i porti e e gli arcipelaghi della costa slava, e dopo un saluto a Trieste e Venezia scenderemo velocemente, con una doverosa sosta lungo il fronte italiano, alle isole Tremiti, per continuare verso il mar Tirreno. L’intero nostro itinerario è posto in evidenza nella annessa cartina del bacino Mediterraneo.

Lo scopo è semplice quanto ambizioso: conoscere e ri-conoscere nel senso storico, sociale, politico, antropologico, gastronomico, persino esistenziale, agire come ambasciatori di amicizia e solidarietà nei confronti di tutte le persone e tutte le culture che incontreremo lungo la via, ma nel contempo acquisire ogni utile ed interessante informazione sullo «stato di salute» del nostro mare e delle terre che si affacciano su di esso.

So bene che il compito che ci siamo prefisso non è agevole, ma partiamo attrezzati: letture fatte durante l’inverno e libri da leggere in cuccetta, contatti e nomi di persone che ci aspettano di volta in volta, la cambusa piena dei prodotti della nostra terra, pasta, taralli e frise di orzo e di grano, l’olio e il vino del Salento, che ci accompagneranno per tutto il viaggio grazie all’appoggio datoci dagli amici Angelo Maci e Fernando Primiceri.

Ore 14 - Dopo un tragitto tutto a motore, a causa dell’assenza del vento, sbarchiamo a Saseno. Un giovanissimo marinaio ci aiuta nella fase dell’ormeggio, per scomparire però immediatamente, lasciandoci con la sensazione di essere sbarcati su un’isola deserta. Dopo aver notato su un muro la scritta «Stato maggiore della Difesa - ventottesimo gruppo navale» con il relativo tricolore, m’incuriosisco e lancio ad alta voce il mio segnale di presenza: «buon pomeriggio!» ed ecco finalmente farsi avanti due sottufficiali italiani intenti ad effettuare un corso di italiano a quattro militari albanesi. A questo punto possiamo dire di aver incontrato... tutta la popolazione dell’isola! Le strade isolane sono sterrate e ripide, a tratti dissestate e presto verifichiamo che a partire dagli anni ‘20 e fin dopo la seconda guerra mondiale Saseno fu territorio italiano di importanza strategica con una popolazione consistente per le dimensioni dell’isola (forse più di seicento presenze, tra albanesi e italiani, molti erano militari con le famiglie). Qui i miei ricordi mi conducono alla cara amica scomparsa, Rina Durante che nei primi anni dell’infanzia visse qui, in quanto figlia del comandante della base navale italiana. Fu, in questa isola che la nostra amata poetessa salentina apprese la lingua albanese, fu qui che in più riprese tentò di tornare senza successo per le difficoltà oppostole dal regime comunista e purtroppo anche dai governi che ne seguirono. Di quel periodo rimangono le case, anche a due piani, palazzine con appartamenti a schiera ed anche un palazzotto dallo stile visibilmente italano. 

Lungo tutta l’isola sono colto da un non ben definito senso di angoscia ma anche da una sensazione a tratti onirica: segni evidenti di un tempo storicamente non lontano «parlano» di una comunità, in parte formata da italiani (invasori per fortuna non violenti), in parte da albanesi, che visse qui condividendo una pacifica quotidianità. Oggi rimane un’isola abbandonata e a tratti violentata, là dove, ad esempio, mostra lo scempio prodotto dai bazooka delle esercitazioni militari italiane o inglesi su alcuni edifici ormai rasi al suolo.

Per fortuna la natura sembra non arrendersi: tutt’intorno, una rigogliosa macchia mediterranea da cui si stagliano fitte boscaglie dove si levano con imponenza, veri e propri monumenti, poderosi esemplari di pino.

3 maggio, Saseno - Durazzo, ore 6,00Molliamo gli ormeggi, rotta per Durazzo che raggiungiamo dopo circa sei ore di piatta navigazione. Il seguito della giornata si presenta ricco di contatti umani: rivedo il mio amico giudice della Corte costituzionale, Besnic Imerai, sempre affettuoso e ospitale. A cena con lui incontro l’ingegnere Artan Lame, socialista impegnato in campagna elettorale per un seggio al Parlamento. Artan è molto disilluso circa le sorti (democratiche) del suo Paese, e a ben poco vale a rassicurarlo il mio innato ed ancora vivo ottimismo per il futuro di tutti i popoli! 

Gli domando che cosa pensino e cosa si aspettino gli albanesi dal nostro Paese e lui - «di quali albanesi e di quali italiani? - mi chiede - le persone che anelano a lavorare vedono l’Italia come un luogo dove poter trovare la soluzione dei propri problemi, i criminali... pure, i politici vedono nell’Italia un paese che possa continuare ad essere utile con finanziamenti, che vi sono sempre stati in quantità consistente, in tutti i periodi, a partire dal fascismo». Aggiunge tuttavia, che, a suo giudizio, l’Italia non ha mai saputo sviluppare una politica né strategie adatte alla natura del suo Paese. L'Albania, dice, nella storia si è sempre adattata a fare parte di un impero, trovando comode e rassicuranti collocazioni in quegli ampi spazi (romani, greci, turchi). È un Paese che ha sempre avuto bisogno che qualcuno gli dettasse le coordinate di una rotta, in ogni settore. L’Italia forse, per non essere mai stata un vero Paese colonialista, non ha saputo comprendere questa peculiarità.

Ci raggiunge a cena il ministro per l’ambiente Fatmir Mediu, anch’egli impegnato in campagna elettorale, al quale raccomando caldamente la tutela dell’isola di Saseno, ma, forse ignorando la mia visione di salvaguardia ambientale, mi preannunzia un impegno del suo governo (Berisha) ad appoggiare un piano per realizzare sull’isola un resort con annesso campo da golf... del tipo, aggiunge, di quelli che «abbelliscono» la Costa Smeralda in Sardegna! Mi limito ad osservare che, tra l’altro, sull’isola il più importante problema scaturisce dal fatto che non v'è alcuna fonte di acqua e prego fra me che, chiunque vinca le elezioni, dimentichi i campi da golf ...soprattutto a Saseno!

4 maggio, Durazzo (entroterra)Oggi, visita a Kruja, prezioso paesino a ridosso di un monte, nei pressi di Tirana, ricchissimo di caratteristici negozietti stracolmi di artigianato locale, che purtroppo comincia ad essere «inquinato» dalla chincaglieria «made in China». Una splendida casa di un ricco patrizio della fine del ‘700, raccoglie pregevoli arredi e testimonianze del costume dell’epoca. Poi una visita all’interessante museo dedicato a Scanderbeg, liberatore dai turchi e fondatore della patria. Visitiamo quindi il parco nazionale di Lezhe, a cinquanta km da Tirana. Un’area di 4360 ettari di zona palustre, alimentata in parte dal fiume Drin, proveniente dal lago di Scutari, ricca di pesce, che abbiamo modo di apprezzare nel panoramico ristorante, dove il direttore del Parco ci intrattiene parlandoci tra l’altro dello splendido rifugio-albergo costruito durante gli anni ’20 dal conte Ciano per le sue, pare frequenti, visite in Albania. Oggi la costruzione è in crescente degrado, con un contenzioso sulla proprietà, insorto tra lo Stato albanese e gli eredi di Ciano.

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