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Se l’istante tragico si muta in salvezza

Se l’istante tragico si muta in salvezza

La nuotatrice Anita Alvarez sottratta all’annegamento dall’allenatrice Andrea Fuente È un’immagine simbolo

25 Giugno 2022

Lisa Ginzburg

Tutti abbiamo osservato a lungo, l’altro giorno, l’immagine della nuotatrice Anita Alvarez tratta in salvo da una allenatrice. Attoniti e spaventati abbiamo scorso i fotogrammi che mostrano la sequenza del salvataggio, lo scatto in particolare della fase ultima, quella prima di riemergere dall’acqua. Ci è mancato davvero un soffio alla tragedia: Alvarez era svenuta, nessuno se n’era accorto, non fosse stato per la prontezza e tempestività dell’altra (Andrea Fuentes il suo nome), ora l’atleta non l’avremmo più tra noi. Due donne avvinghiate insieme, una viva, l’altra semi-viva: un’immagine molto impressionante per più di un motivo. Un’immagine che dice tanto. Dice del frangente, ma anche rispecchia qualcosa di questo tempo strano e sciagurato che ci troviamo a vivere e ad attraversare. Un’immagine simbolo, mi verrebbe da dire se non temessi di risultare enfatica.

Rivediamola: sul celeste fluorescente dell’acqua clorata di una maestosa piscina olimpionica debitamente attrezzata per i mondiali, si stagliano le sagome di queste due donne giovani e bellissime, i corpi longilinei e perfetti. Sembrano immobili, ma a guardar bene si capisce che quello che lo scatto fissa e raffigura è il momento della risalita in superficie. Una, l’allenatrice, i capelli raccolti in una lunga treccia nera, è tesa in ogni muscolo del corpo nello sforzo di portare su l’altra, che ha perso i sensi. Quell’altra la cui postura è opposta: sta appesa nel fluttuante vuoto acquatico, immobile, il corpo pesante e inerte come quello di un fantoccio: la fisicità paralizzata di qualcuno che è svenuto ed è fuori conoscenza. Il dinamismo e la tensione della prima donna contrastano pazzescamente con la stasi assoluta dell’altra. Quel trarre in salvo è gesto affannoso, concentrato fino allo spasimo: deve salvarla, a tutti i costi portare a buon fine l’operazione di soccorso. Far trionfare la prontezza di cui lei sola, l’allenatrice, è stata capace, per una buona sorte ben prima di medici e paramedici che presenti ma distratti nulla hanno capito. Non si sono accorti che Anita Alvarez stava per annegare davanti ai loro occhi disattenti.

Racconta sostegno e soccorso, la foto; umanità che accorre in aiuto. Prontezza e abnegazione: lottare con fatica pur di riportare su, all’aria e alla vita, un corpo afflosciato che senza resistere alla forza dell’acqua sarebbe lentamente piombato giù cessando di esistere. Oltre alla sua drammaticità, di unione e comunanza la scena ci racconta, e lo fa con la forza di un pugno nello stomaco.

Solidarietà, sorellanza. Nessuno si salva da solo si intitolava un romanzo di Margaret Mazzantini pubblicato ormai diversi anni fa. Per venire portati in salvo non bastiamo a noi stessi. Occorre qualcuno che si accorga di noi, del nostro malore momentaneo, che in senso traslato può voler dire di ogni forma del nostro malessere. Il corpo assente, inerte e bellissimo dell’atleta svenuta, il suo splendido viso colto e immortalato nell’attimo successivo, quando portata su di peso dall’altra ha potuto riaffiorare in superficie. La bocca scura, le ciglia truccate e lunghe; la mascella irrigidita che tanto ha spaventato Fuentes, la salvatrice, perché una volta su, all’aria, rischiava se non si fosse sbloccata facendole aprire la bocca, di impedirle di respirare e rinvenire. Dettagli che tutti, oltre al dramma sventato, danno forma a una metafora. Un’immagine spaventosa ma potente, e così simbolica. Pesante, inerte e sul punto di scendere giù a fondo, in un’apnea senza soluzione, pare certe volte di questi tempi il mondo. Priva di sensi l’umanità, il nostro essere umani: calato in un buio di consapevolezza da cui solo una mente sveglia, lucida, attenta può trarre in salvo. Da chi vigile come una sentinella si accorga della tragedia che incombe, e con tutta la forza che ha in corpo si tuffa, muove bracciate convulse , subito poi con tutta l’energia di cui è capace nuota in su, verso l’aria, la luce. Come una creatura bifronte: la perdita di sensi e di coscienza da un lato, dall’altro, intrecciata e avvinghiata a quella parte, la presenza mentale, il vigore di voler aiutare, nell’emergenza, a qualsiasi costo. La determinazione di farcela, ridare il respiro a pieni polmoni. Nessuno si salva da solo: i sensi teniamo svegli, all’erta, per accorrere ad aiutare chi i sensi li perde, o li smarrisce. Insieme.

Anche questo racconta l’indimenticabile fotografia del salvataggio di Anita Alvarez da parte della coraggiosa e lucidissima Andrea Fuentes. Testimonianza di un pugno di attimi che avrebbero potuto essere di lutto, e sono stati invece di solidarietà e salvezza.

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