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indagine finanza

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False fatture per operazioni inesistenti. Approda il prossimo 9 gennaio al vaglio del giudice per l’udienza preliminare l’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Enrico Bruschi e delegata ai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria che nell’agosto del 2016 portò i militari a sequestrare beni per 1,3 milioni di euro e a denunciare 53 imprenditori residenti in provincia di Taranto ma anche in altre zone di Italia.

I militari del Nucleo di Polizia Tributaria hanno indagato a lungo per sollevare il velo sull’attività illecita dei due proprietari di diversi supermercati - Cosimo e Veronica Scatigna, padre e figlia di Martina Franca - che avrebbero gestito otto associazioni sportive dilettantistiche attraverso le quali perpetravano il raggiro. Le fatture fasulle - secondo quanto emerso durante l’attività investigativa - erano relative a prestazioni pubblicitarie in realtà mai rese per un importo complessivo di 2 milioni e 900mila euro. Gli investigatori della Guardia di Finanza avrebbero appurato che le fatture venivano emesse in favore di 53 aziende esercenti prevalentemente attività di commercio all’ingrosso di generi alimentari, materiale elettrico, confezionamento di capi di abbigliamento e lavorazioni edili, per la maggior parte in territorio pugliese, ma anche in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna. I rappresentanti legali e gli amministratori delle stesse avrebbero corrisposto gli importi relativi alle false fatture con assegni e bonifici bancari accreditati sui conti correnti intestati alle associazioni sportive facenti capo ai due imprenditori martinesi. Gli imputati ricevevano indebitamente in contanti la restituzione dell’importo riferito a ciascuna fattura falsa, decurtato di una somma pari al 30 per cento corrispondente all’Iva (20 per cento) più l’illecito compenso (10 per cento) pattuito per padre e figlia. Sarebbero stati proprio loro, secondo le accuse, i promotori del sistema fraudolento.

Le indagini hanno scavato a fondo attraverso anche l’esame della documentazione acquisita nel tempo e hanno permesso agli investigatori di fare luce anche sulla posizione di un dipendente bancario complice dei due registi della truffa. Gli imputati, infatti, avrebbero prelevato le somme accreditate dalle aziende mediante l’emissione di carte prepagate, assegni e bonifici bancari intestati a diversi prestanome rivelatesi poi falsi dirigenti delle associazioni sportive. Operazioni illegali perché compiute in violazione alla normativa antiriciclaggio.

L’inchiesta è partita dalla denuncia di un finto dirigente, un uomo di Ostuni, che dopo aver ricevuto un bonifico di 7.500 euro, si recò dai carabinieri per chiedere che venisse fatta luce sulla vicenda. Da quel momento l’inchiesta è giunta per competenza alla Procura di Taranto che dai primi accertamenti ha scoperto che in realtà le carte di credito emesse erano ben sette. Stando a quanto accertato, quei soldi venivano poi prelevati in contanti e restituiti alle imprese che solo sulla carta sponsorizzavano le squadre di calcio a 5.[M.Maz.]

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