l'indagine

Omicidio a Massafra, restano in carcere i due afghani accusati di aver partecipato al delitto di Nabib Jabar Khel

ALESSANDRA CANNETIELLO

Il 25enne fu ucciso la sera dell’11 novembre scorso nelle campagne di Massafra in contrada Le Forche. A inchiodareJabarkhil e Nas le ricostruzioni di alcuni loro connazionali

«Nessun dubbio può nutrirsi in ordine al contributo causale fornito da Gulkan Jabarkhil il quale è l’istigatore dell’omicidio di Nabib Jabar Khel, avendo impartito l’ordine di uccidere dapprima a Mirwais Naseri, mandandolo a chiamare rinforzi e a procurare il coltello, e poi al Laghmani, indicandogli la persona da colpire e dicendogli di accoltellarla». È quanto si legge nell’ordinanza con cui il giudice Rita Romano ha confermato il carcere per i due cittadini afghani accusati di aver preso parte attiva nel delitto del loro connazionale, il 25enne Nabib Jabar Khel, ucciso la sera dell’11 novembre scorso nelle campagne di Massafra in contrada Le Forche. Di concorso in omicidio volontario aggravato dai futili motivi risponde anche il 26enne Abidullah Laghmani (difeso dall’avvocato Adriano Minetola) arrestato dai carabinieri della Compagnia di Massafra subito dopo i fatti di quella notte.

A inchiodare il 34enne Jabarkhil e il 24enne Naseri (entrambi assistiti dall’avvocato Valerio Sgarrino) le ricostruzioni di alcuni loro connazionali sentiti nel corso dell’incidente probatorio del 18 marzo chiesto dal pm Filly Di Tursi che coordina le indagini sulla morte del 25enne Khel. In particolare quelle testimonianze, a parere del giudice Romano sono «reciprocamente concordanti, dettagliate e connotate da consequenzialità logica e temporale che inducono a ritenere la versione dei fatti da loro esposta attendibile». Ciò che sarebbe emerso durante le loro deposizioni è che la lite, partita da uno scambio di commenti reciproci su alcuni post pubblicati su Tik Tok tra i due fermati e la vittima, sia cominciata proprio tra i tre uomini. Una volta passati alle mani, secondo i testimoni, sarebbe stato proprio il 34enne a chiedere a Naseri di prendere il coltello e chiamare rinforzi. Ed è proprio a questo punto che sarebbe entrato in scena il 26enne Laghmani che, impugnando l’arma avrebbe chiesto al coinquilino Jabarkhil di indicargli con chi stesse litigando e ricevendo infine l’ordine di uccidere il 25enne. Un fendente alla nuca e poi un altro alla coscia sinistra: un colpo, quest’ultimo, che avrebbe causato l’emorragia nel giovane 25enne, morto poco dopo il suo arrivo in ospedale.

Per il gip Romano la misura cautelare in carcere nei confronti dei due uomini è necessaria per il pericolo che possano commettere nuovamente lo stesso tipo di reato, ma anche per la possibilità concreta di fuga, facendo rientro nel loro paese o allontanandosi dal territorio nazionale rendendosi così irrintracciabili. Nei confronti del solo 34enne il gip Romano riconosce il pericolo che possa inquinare le prove per l’ipotesi di tentata violenza e minaccia che il pm Di Tursi ha contestato inizialmente in concorso a entrambi gli indagati. Per il magistrato infatti, sulla base degli elementi raccolti finora, il 34enne avrebbe tentato da solo di dissuadere alcuni testimoni a mentire sui fatti accaduti. A uno dei loro connazionali Jabarkhil avrebbe infatti prospettato ritorsioni alla sua famiglia se avesse osato dire la verità.

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