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Il siderurgico

Ex Ilva di Taranto, giudici su class action cittadini: materia a Corte Ue

Ex Ilva di Taranto, giudici su class action cittadini: materia a Corte Ue

L'ex Ilva di Taranto

Il Tribunale di Milano: «Undici anni per misure, l'organo continentale verifichi se va bene». Tra gli undici cittadini firmatari della denuncia collettiva un bambino di 8 anni affetto da una malattia rarissima

19 Settembre 2022

Redazione online

La sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale civile di Milano, presieduta da Angelo Mambriani, ha sospeso il procedimento instaurato con una «class action» da alcuni cittadini di Taranto che chiedevano, in sostanza, la chiusura dell’Ilva per problemi ambientali e sanitari. I giudici hanno rimesso alla Corte di Giustizia europea «tre questioni concernenti l’interpretazione della normativa europea in materia di emissioni inquinanti di impianti industriali in relazione alle norme italiane».

Il Tribunale milanese ha «rimesso alla Corte di Giustizia Europea, con riferimento alla normativa speciale che disciplina l’attività dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, tre questioni» per vedere, in sostanza, quali risposte e interpretazioni darà la Corte dell’Ue sul fatto che le normative italiane sul caso del polo siderurgico siano o meno compatibili con quelle europee.
Le tre questioni, come spiegano il presidente facente funzione del Tribunale di Milano Fabio Roia e quello della Sezione specializzata Mambriani, riguardano il «ruolo della Valutazione di Danno Sanitario nel procedimento di rilascio e riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia)», il «set delle sostanze nocive che devono essere considerate ai fini del rilascio e riesame» dell’Aia e in più i «tempi di adeguamento delle attività industriali svolte alle prescrizioni» dell’Aia.

Da oltre un anno (prima udienza nel 2021) pendeva la «class action» intentata da un gruppo di cittadini di Taranto con una richiesta di «inibitoria collettiva» per chiedere la «cessazione delle attività dell’area a caldo» dell’ex Ilva, la «chiusura delle cokerie, l’interruzione dell’attività dell’area a caldo fino all’attuazione delle prescrizioni» dell’Aia, che scade nell’agosto 2023. E la «predisposizione di un piano industriale che preveda l’abbattimento delle emissioni di gas serra di almeno il 50%».
Al momento, in pratica, i giudici hanno ravvisato alcune criticità tra le misure italiane per l’organizzazione tecnica degli impianti e gli effetti nocivi sulla salute e hanno chiesto alla Corte europea di verificare se ciò sia conforme alle normative Ue. Oggi è arrivata l’ordinanza del Tribunale che ha rimesso il caso davanti ai giudici della Corte con sede in Lussemburgo. Anche il Governo a questo punto dovrà fornire chiarimenti alla Corte sulle norme italiane in relazione a quelle europee. Di fatto questa decisione odierna, comunque, non ha conseguenze sulle attività dello stabilimento tarantino.

C'è da verificare se è compatibile con le norme europee che uno Stato membro, come l’Italia nel caso Ilva, «in presenza di un’attività industriale recante pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute» possa «differire il termine concesso al gestore» per adeguarsi all’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) con «misure» di tutela «ambientale e sanitaria» per una «durata complessiva di undici anni», dal 2012 al 2023. E’ una delle questioni sollevate dai giudici milanesi nell’ordinanza con cui hanno rimesso alla Corte di Giustizia europea alcuni temi della «class action» instaurata da cittadini di Taranto che chiedono la chiusura del polo siderurgico. Inoltre, per il Tribunale di Milano bisogna accertare pure se non contrasta con le norme europee la normativa italiana che non prevede che la «Valutazione di Danno Sanitario» rientri nella "procedura di rilascio e riesame» dell’Aia. E ciò "specialmente», si legge nell’ordinanza, quando questa valutazione «dia risultati in termini di inaccettabilità del rischio sanitario per una popolazione significativa interessata dalle emissioni inquinanti». In più, si chiede alla Corte di valutare se l’Aia debba prendere in considerazione «tutte le sostanze oggetto di emissioni che siano scientificamente note come nocive, comprese le frazioni di Pm10 e Pm2,5 comunque originate dall’impianto».

A promuovere l’azione inibitoria collettiva contro l’ex Ilva, per la quale il Tribunale di Milano ha deciso di sospendere il procedimento e di rimettere gli atti alla Corte di Giustizia europea, sono stati 11 cittadini di Taranto tra cui un bambino di 8 anni affetto da una malattia rarissima, la mutazione del gene Sox4, uno dei soli otto casi al mondo. L’azione legale era stata avviata dagli avvocati Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni per conto dell’associazione Genitori Tarantini e degli undici ricorrenti. Gli altri firmatari sono Cinzia Zaninelli, Massimo Castellana, Aurelio Rebuzzi, Salvatore Magnotta, Emilia Albano, Giuseppe D’Aloia, Antonella Coronese, Serena Battista, Giuseppe Roberto e Simona Peluso, mamma di Andrea. «Il collegio giudicante - sottolinea l'associazione Genitori Tarantini - ha rigettato tutte le avverse eccezioni preliminari presentate dagli avvocati di Acciaierie d’Italia e Ilva in as, ha inoltrato alla Corte di Giustizia della Unione Europea tre quesiti riguardanti leggi europee sulle emissioni inquinanti e, in attesa delle risposte, ha sospeso per il momento il procedimento. E’ un grande momento, per Taranto, per tutti i suoi cittadini e per la nostra associazione che, con caparbietà, non ha mai mollato di un millimetro, e mai lo farà, sulla questione ambientale».
Invece «di essere stroncato sul nascere - affermano gli avvocati Amenduni e Maurizio Rizzo Striano - il volo della class action inibitoria delle immissioni tossiche sulla città di Taranto è stato mandato in orbita europea dal Collegio del Tribunale di Milano sezione imprese, che ha rigettato tutte le avverse eccezioni preliminari e ha inoltrato alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea tre formali quesiti pregiudiziali, sospendendo nell’attesa il procedimento avviato nel luglio dello scorso da dieci membri dell’Associazione Genitori tarantini e un bambino. Il cielo è meno plumbeo sopra il destino ambientale di Taranto».

Secondo i giudici «Il quadro epidemiologico descritto attraverso le stime di mortalità, ospedalizzazione e incidenza dei tumori indica la permanenza di forti criticità sanitarie».  Le valutazioni dei giudici della Sezione specializzata in materia di imprese (presidente Angelo Mambriani) si fondano sulle verifiche della «autorità sanitaria» che ha applicato «criteri, metodi e modelli scientificamente fondati rilevanti in materia». Dalle «valutazioni di impatto sanitario associate all’esposizione alle polveri fini (Pm2,5 e Pm10)», si legge ancora nel provvedimento, «è emerso il superamento, nel quartiere Tamburi di Taranto, della soglia di accettabilità del rischio oltre la quale risulta necessario adottare interventi per la riduzione dell’esposizione». E in un altro passaggio delle 27 pagine dell’ordinanza i giudici spiegano anche che «le Vds (valutazioni di danno sanitario) del dicembre 2017 e del dicembre 2018» restituiscono «un quadro tutt'altro che tranquillizzante in ordine alla situazione sanitaria ed epidemiologica di Taranto e, in particolare, del quartiere Tamburi».

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