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ambiente ferito Rifiuti a Leucaspide, nove indagati

distrutta una gravina Il pm Mariano Buccoliero chiude l'inchiesta sui dirigenti dello stabilimento Ilva

ambiente ferito Rifiuti a Leucaspide, nove indagati

di Mimmo Mazza

Una zona di grande pregio paesaggistico deturpata e distrutta. Arriva al capolinea l’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Mariano Buccoliero sulle collinette di rifiuti industriali create negli anni dall’Ilva al confine con la gravina di Leucaspide e poi franate nel letto della gravina stessa oltre che nell’attigua proprietà della famiglia De Filippis.

Sono nove i dirigenti dello stabilimento siderurgico coinvolti nell’indagine per la quale sono stati ipotizzati i reati di disastro ambientale doloso, distruzione e deturpamento di risorse naturali, danneggiamento, getto pericoloso di cose e mancata bonifica dei siti inquinati.

Destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari sono Luigi Ambruoso, 60enne di Massafra, responsabile delle discariche per i rifiuti industriali a servizio dello stabilimento Ilva dal 2001 al 2005; Camillo Castronuovo, 62 anni di Taranto, responsabile delle discariche Ilva dal 2005 al 2007; Francesco Di Maggio, 54enne di Fragagnano, responsabile dei servizi ecologia e discariche Ilva dal 2007 al 2011; Carmine Lezza, 40enne di Montemesola, responsabile ecologia e discariche Ilva dal 2011 a tutt’oggi; Luigi Capogrosso, 61enne di Manduria, direttore generale dello stabilimento Ilva dal 1996 al 2012; Salvatore De Felice, 52enne di San Giorgio Jonico, direttore tecnico dello stabilimento Ilva per un paio di mesi nell’estate 2012; Adolfo Buffo, 60enne di Taranto, direttore dello stabilimento Ilva tra il 2012 e il 2013; infine Ruggero Cola, 59 anni di Taranto, attuale direttore dello stabilimento.

Secondo l’accusa, i nove indagati hanno «consentito e comunque mantenuto, senza metterle in sicurezza, diverse discariche a cielo aperto di rifiuti pericolosi e non pericolosi di origine industriale situate su tutto l’argine sinistro della gravina Leucaspide sino al limite del confine con l’azienda agricola di proprietà della famiglia De Filippis. Determinando così - si legge nel capo di imputazione - la realizzazione di grandi depositi costituiti dai suddetti rifiuti dall’altezza di 40-45 metri sopra il piano campagna». Le discariche sono tutte prive di copertura e di qualsiasi precauzione contro lo spandimento di polveri pericoloso per la salute, frane delle collinette e dispersione di percolato nella falda. A causa delle ripetute e prevedibili frane dei cumuli di rifiuti, finiti in fondo alla gravina, è cambiata la morfologia della zona, sino a deviare il corso d’acqua esistente, inquinando l’ambiente. «In tal modo - scrive il dottor Buccoliero - è stato cagionato un grave disastro ambientale interessante acque superficiali, acque di falda, terreni demaniali e privati e creando grave pericolo per la pubblica incolumità derivante dal continuo sversamento delle sostanze velenose contenute nei cumuli di rifiuti suddetti nelle acque e nei terreni, così inquinandoli gravemente e non procedendo ad alcuna attività di bonifica». Il sostituto procuratore Mariano Buccoliero ipotizza la commissione dei reati dal 2000 a tutt’oggi, con permanenza.

Secondo la perizia redatta dall’ing. Giuseppe Lamusta per conto di Vito De Filippis, uno dei proprietari della tenuta Leucaspide, nella zona protetta a ridosso della gravina sarebbero stati sversati oltre 5 milioni di metri cubi di rifiuti (contenenti anche berillio, pcb e arsenico). Vito De Filippis si è rivolto agli avvocati Carlo e Claudio Petrone, Francesco Meo e Carlo Tagariello per chiedere giustizia. I professionisti hanno svolto un lavoro lungo e complesso, fatto di verifiche sul posto, rilievi fotografici, analisi chimiche, lettura di vecchi documenti, ricostruzioni di passaggi burocratici, fino a consegnare alla Procura un faldone di duemila pagine che hanno permesso al pm Mariano Buccoliero di avviare l’indagine, delegata alla Guardia di Finanza.

La vicenda fu raccontata dalla Gazzetta nel 2013, quando a guidare l’Ilva era il commissario Enrico Bondi il quale scrisse a Ministero dell’Ambiente, Ispra, Arpa, Procura per segnalare la presenza dei rifiuti, sostenendo però che «tale area, mai utilizzata da Ilva dal subentro alla gestione Iri nel 1995, risulta invece essere stata esclusivamente dell’Iri dal 1970».

La magistratura è giunta ad altre conclusioni, ora spetta agli indagati proporre le loro versioni al pubblico ministero Mariano Buccoliero, chiamato poi a decidere se procedere o meno con la richiesta di rinvio a giudizio.

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