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Taranto, Mittal non è affidabile: lo Stato ora dia garanzie

Taranto, Mittal non è affidabile: lo stato ora dia garanzie

Alessandro D’Amone dell’Usb: «Resta il presidio, non siamo disponibili a tacere»

23 Luglio 2020

Giacomo Rizzo

TARANTO - «Non siamo disponibili a tacere ed essere passivi, davanti alla condanna definitiva dei lavoratori e dei cittadini di Taranto architettata da politica e sindacati incapaci».

È la dura accusa di Alessandro D’Amone dell’Usb di Taranto, organizzazione sindacale che sta mantenendo un presidio permanente al varco C dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal con un gruppo di autotrasportatori dell’indotto in protesta per i mancati pagamenti. «Al Governo – sottolinea l’Unione sindacale di base - si chiede di mandare via il gruppo franco-indiano, e discutere attraverso un accordo di programma stile Trieste. La netta presa di posizione da parte dell’Usb di Taranto si basa sulle considerazioni più volte rese note dal sindacato circa l’impossibilità di raggiungere qualunque risultato positivo se l’interlocutore continua ad essere ArcelorMittal».

Il sindacato di base parla di «precarietà occupazionale, abuso della cassa integrazione, licenziamenti ingiustificati, assoluta mancanza di attenzione per il tema della sicurezza, manutenzione degli impianti assente e atteggiamento arrogante nei confronti non solo dei lavoratori, ma anche verso le Istituzioni e la città tutta».

Ormai, spiega un lavoratore iscritto all’Usb, si è arrivati a «un punto di non ritorno. Allo stato non abbiamo garanzia occupazionale e ambientale. Noi ci saremmo aspettati un intervento da parte delle istituzioni. È emblematico quanto accaduto il 4 luglio scorso, quando, dopo tutte gli interventi promessi per migliorare l'impatto ambientale. è bastato un po' di tramontana per riempire nuovamente il quartiere Tamburi di agenti inquinanti. L'interlocutore in questo momento si chiama ArcelorMittal, ma non dobbiamo dimenticarci che la fabbrica è commissariata. Lo Stato Italiano deve assumersi le sue responsabilità».
L’operaio contesta poi l’accordo di marzo che ha posto fine al contenzioso giudiziario e di cui «il sindacato ignora i veri contenuti. Non sappiamo che cosa si sono raccontati. Le parti sociali sono state escluse. A Genova fu chiusa l’aera a caldo perché considerata incompatibile con la vita ed è imbarazzante sentire il ministro dello Sviluppo economico quando afferma che a Trieste finalmente il cielo è blu. Ma le istituzioni a Taranto cosa fanno? Come intendono muoversi per risolvere il problema dell'occupazione dell'ambiente?».

Un altro rappresentante sindacale sostiene che «la città è abbandonata a se stessa. Questo è considerato un sito strategico, ma non per la tutela della salute e la dignità dei cittadini e dei lavoratori. Grideremo sempre i nostri diritti. Un conto è raccontare quello che succede e un conto è venire realmente con toccare con mano quello che stiamo vivendo all'interno di questa azienda dove la sicurezza è diventata veramente un problema serio e registriamo un atteggiamento troppo oppressivo da parte dell'azienda, che agita lo spettro dei licenziamenti. È accaduto ai colleghi che lamentavano di non avere le mascherine o facevano segnalazioni di persone dimenticate sui tetti dei cantieri. Questa è una dittatura. Io non solo devo lavorare in condizioni di sicurezza precarie ma non sono neanche nelle condizione di poterlo dire liberamente perché rischio di essere licenziato. E immagino - riflette il lavoratore - anche lo stress che hanno dovuto sopportare quei colleghi che si sono tolti la vita. Non conosciamo le reali motivazioni, ma la situazione che viviamo è sotto gli occhi di tutti».

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