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«In questa Regione ci messi in lite con lo sviluppo e la cultura industriale. Ci commuoviamo ai convegni su Di Vittorio e poi tradiamo il suo insegnamento». Colpisce duro, Fabiano Amati, consigliere regionale dem in corsa alle primarie del centrosinistra pugliese, nel commentare il caso ArcelorMittal.
Amati, sintetizziamola così: Mittal tira la corda mentre il governo prova a trattenere il colosso da una posizione di debolezza. Come siamo arrivati fin qui?
«In nome di un malinteso senso ecologico preferiamo tenerci stretto l’inquinamento anziché attuare piani ambientali e mettere i piatti a tavola. La verità è questa».

Colpa di una visione sbagliata? Attenzione a prendersela solo con il M5S: la rimozione dello scudo, da cui tutto s’ingenera, è stata votata anche da Pd e Italia viva.
«Si cede alla propaganda, ma è un errore tragico. La verità è una sola: la fabbrica deve funzionare sulla base del piano ambientale più rigoroso del mondo e con la prospettiva di migliorare la qualità del prodotto. Non ci sono terze vie».

C’è chi parla ancora di riconversione.
«La riconversione è una autentica follia, ambientale ed economica. Se davvero si realizzasse, qualcuno si potrebbe preparare a riscrivere, in salsa tarantina, La dismissione di Ermanno Rea».

Torniamo alla scudo penale: perché secondo lei dovrebbe essere reinserito? Non è una norma iniqua?
«Diversamente da quanto sostiene Emiliano, la protezione legale non è né una scriminante né una immunità. Non è un privilegio né una licenza di uccidere».

E allora cos’è?
«È una norma di presunzione di diligenza, quasi ridondante perché è la ripetizione dell’articolo 27 della Costituzione sul principio di colpevolezza. Purtroppo, si rende necessaria perché in Italia c’è stata gente condannata per colpa generica residuale, eventi non prevedibili, non evitabili e non calcolabili».

Nessun «trattamento speciale», dunque?
«Guardi, per fugare ogni dubbio bisognerebbe semplicemente estendere la norma a tutte le imprese italiane che sono tenute ad attuare piani ambientali. Non solo l’ex Ilva. Così, tutti i sospetti sarebbero fugati. Ma non è un problema solo giuridico. È una questione culturale».

Cioè?
«Noi abbiamo il dovere di seguire la cultura industriale. Il siderurgico tarantino fa da solo il 12% del Pil regionale. Non possiamo non proteggere il mondo industriale, perché abbiamo un maledetto bisogno di lavoro. Non serve a nulla commuoversi sul ricordo di Di Vittorio se poi si porta al macello il suo pensiero e il suo insegnamento».

In realtà, in molti sostengono che Mittal stia solo cercando un pretesto per fuggire o comunque per alzare - e di molto - il prezzo, come testimonierebbe la vicenda dei 5mila esuberi.
«Mittal non è un benefattore, fa i suoi interessi, ed è possibile che stia cercando un alibi per approfittarne. Il problema è che lo Stato non può prestare il fianco con le sue incertezze propagandistiche, soprattutto se ha da ottenere 4,2 miliardi di investimenti che diversamente sarebbero a carico dei cittadini o non si farebbero mai. Purtroppo il governo si è comportato in modo irresponsabile, come se le case e le fabbriche fossero quelle del Monopoly».

Chiudiamo sull’ipotesi peggiore: non si trova la quadra e Mittal si sfila definitivamente. Cosa c’è oltre?
«Non voglio nemmeno immaginare uno scenario del genere. Anche perché uno pensa che ci possa essere subito un altro acquirente pronto».

E non potrebbe essere così? Si parla già dell’altro colosso indiano, Jindal.
«L’altro giorno, il governatore della Toscana, Enrico Rossi, appena ha saputo cosa stava succedendo, ha chiamato Jindal. Temendo che distogliessero la loro attenzione imprenditoriale da Piombino per concentrarsi su Taranto, voleva essere rassicurato».

E questo cosa ci dice?
«Che a questo livello il quadro è molto complesso e non possiamo permetterci di non recuperare Mittal. Perché se, come credo, non ci fosse un altro acquirente, ci aspetterebbe dietro l’angolo un disastro economico e ambientale».

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